1. Ed è solo l’inizio

In principio fu Giuda o Maria Vigliacca.
Anzi, furono Giuda e Maria Vigliacca perché, visti i presupposti, sarebbe stata come minimo una gravidanza gemellare.
So che possono sembrare appellativi quanto meno inappropriati per la propria progenie, ma questo perché ancora non sapete come andarono le cose.
E per saperlo è necessario che vi caliate nei miei panni dell’epoca, per la precisione questi:

1. avete appena compiuto diciotto anni, quest’anno avete l’esame di maturità e a scuola state francamente andando di merda.
Ça va sans dire che ai vostri pluri-laureati genitori la situazione è tutt’altro che gradita.

2. quindici minuti fa avete avuto il vostro primo rapporto sessuale. Quello sul quale avete elucubrato per anni interi, letto libri e riviste, ascoltato tutte le esperienze delle vostre amiche (perché ovviamente tutte l’hanno già fatto tranne voi) e sbirciato tra i giornaletti porno di vostro fratello (fornitore, tra l’altro, anche di eloquente materiale video). E, ça va sans dire, il vostro primo rapporto è appena terminato con un bel preservativo bucato.
In quel momento avete capito il detto “la prima volta non si scorda mai”.
Ancora oggi ve la sognate la notte.

3. state con il padre dei vostri ipotetici figli da circa due settimane. Se voi vi sentite troppo giovani perché avete solo diciotto anni, ricordatevi che lui deve ancora farne diciassette. Un toy boy, insomma.

4. al consultorio che avete immediatamente contattato per avere una pronta risoluzione del problema, hanno negato con forza l’esistenza di una fantomatica pillola del giorno dopo. Eppure voi ne avete sentito parlare dalla vostra migliore amica.
Solo che sono le vacanze di Natale, lei è in vacanza in qualche località sperduta della Val Pusteria e non hanno ancora inventato i cellulari.

5. last but not least, il gagliardo ricciolone con il quale avete consumato l’amplesso dal catastrofico finale, a differenza vostra che manco siete battezzati, è un fervente cattolico e solo a sentire nominare l’interruzione di gravidanza viene colto da violente crisi mistiche.

Insomma, questo era lo scenario del possibile, a questo punto probabile, anzi – per come stava andando il tutto – ormai certo concepimento dei figli della jella.
E così, nelle due settimane che mi separavano dal temuto test di gravidanza, mentre da una parte ero attivamente impegnata a invocare il santo patrono del ciclo mestruale, dall’altra immaginavo il destino dei piccoli Giuda e Maria Vigliacca. Un destino ineluttabile di spaccio e prostituzione, chiaramente procurato dal portare i nomi che gli avevo affibbiato.
Per fortuna le cose andarono diversamente. Alla fine il ciclo arrivò, io smisi di rigettare ogni qual volta vedevo la chioma fluente del ricciolone e in breve divenni una delle massime esperte mondiali in tecniche di contraccezione.
Gli anni passarono, seguirono altri fidanzati e col tempo Giuda e Maria Vigliacca divennero nient’altro che un simpatico aneddoto da salotto.

Questo almeno fino a quando, sulla spiaggia di una bellissima isola spagnola, non mi ritrovai a pronunciare le seguenti parole: “Se è un maschio Arturo, se è una femmina Nina”. Già dai nomi avrete facilmente intuito che lo scenario era bello che cambiato. Nomi normali, un bel rapporto di coppia consolidato da anni e un sano desiderio di mettere su famiglia. Anche perché ormai le candeline sulla torta stavano cominciando a troneggiare minacciose sulla glassa sottostante.
C’è giusto un piccolo particolare da segnalare. La persona con la quale stavo progettando questo meraviglioso avvenire, era una donna. Ebbene sì, dopo anni di onorata carriera da eterosessuale, avevo incontrato la bionda con la quale volevo trascorrere il resto della mia vita.
Ora, su quella spiaggia iberica, io e la bionda ci confidammo il reciproco desiderio di avere un figlio, ma da quel momento intriso di romanticismo, magia e tutte cose, all’effettivo avvento di un esserino pigolante nelle nostre vite, sarebbero trascorsi ben sette anni.
Perché tutto questo tempo? Colpa mia.

Dopo aver stabilito che questo figliolo s’aveva da fare, ho dovuto constatare che la cittadina Giulia, da quando si era innamorata della bionda, era stata retrocessa. Se prima sguazzava nella serie A della società, senza peraltro rendersene conto, adesso si ritrovava improvvisamente relegata in C2. E il tutto senza muovere un muscolo.
Meglio del mago Copperfield.

Certo, anche prima che l’infante si profilasse all’orizzonte qualche avvisaglia l’avevo avuta. Ad esempio quando ero arrivata trafelata in ospedale per avere notizie della bionda che aveva avuto un incidente col motorino. Al triage mi avevano chiesto chi fossi, io avevo risposto “la compagna” ed ero stata scambiata per una nostalgica marxista leninista. Oppure quando, durante una cena a lume di candela, avevo chiesto alla bionda se voleva sposarmi. Lei, dopo aver sussurrato emozionata il fatidico “sì”, aveva immediatamente aggiunto, con ben altro tono, “ma non si può!” e da lì era partita con una filippica sulla mancanza di riconoscimento in Italia per le coppie come noi. Cioè, nel nostro paese pure il mostro del Circeo si poteva sposare (e, tra l’altro, l’ha fatto), ma io e la bionda no?
Inutile dire che l’immagine del mostro del Circeo davanti all’altare aveva un tantino sciupato la poesia del momento.

Ma il pensiero che più mi affliggeva era che nella serie C2 in cui sia io che la bionda ingiustamente gravitavamo, ci si sarebbe ritrovato anche il nostro piccolo nano. E qui era tornata prepotentemente alla ribalta la banda del buco: gli infidi Giuda e Maria Vigliacca.
Li vedevo, ormai quasi maggiorenni, che mi sorridevano beffardi. Perché, se era vero che io gli avevo riservato un destino infame, era anche vero che persino loro, figli di un preservativo bucato, avrebbero comunque avuto più diritti del nostro pupetto, figlio desiderato e voluto, frutto dell’amore di due persone adulte e non della goffa sperimentazione sessuale di due adolescenti.
Innanzitutto gli era garantito il diritto ad avere due genitori, anche se io fossi stata la saponificatrice di Correggio e il ricciolone dell’epoca il cannibale di Rostov. Mentre per lo stato italiano la bionda sarebbe risultata nient’altro che una generosa filantropa che, con spirito di misericordia, provvedeva alle cure e al sostentamento del figlio di una ragazza madre.
Non solo, i subdoli gemelli mi facevano altresì notare che la società era molto più disposta ad accettare loro in quanto spacciatore e mignotta, che non due donne con un figlio. Bastava semplicemente che si definissero con termini più cool, tipo “pusher” ed “escort” e il gioco era fatto. Mentre noi, gira e rigira, sempre due lesbiche con un bambino saremmo rimaste. Al massimo “two lesbians with a baby”.

Così il mio mantra divenne ” La società non è pronta, il bambino non è tutelato”. E invece di fantasticare come fanno tutti su cose da bebè tipo i primi sorrisini, il primo dentino, le prime paroline, la prima bicicletta senza le rotelle, il primo campionato juniores di nuoto e il primo master negli Stati Uniti, la mia mente vagava tra terribili incidenti nei quali inevitabilmente io crepavo e la bionda, già devastata dal dolore per la mia dipartita, doveva anche vivere l’atroce supplizio di non poter riconoscere suo figlio, il quale sarebbe ovviamente finito in un qualche istituto di suore scalze e baffute.

Insomma, per anni non feci altro che aspettare. Aspettare che finalmente un chiaro intervento legislativo ponesse fine a tutti i miei timori. In fondo che ci voleva? Bastava legalizzare le unioni omosessuali e tutti saremmo vissuti felici e contenti, senza togliere niente a nessuno, nemmeno a Giuda e Maria Vigliacca.

Già, che ci voleva? Eppure continuava a non succedere nulla.

Fu solo quando mi resi conto che l’ardua battaglia tra l’attesa dello Stato e l’avvento della mia menopausa vedeva in netto vantaggio il secondo schieramento, che capii che era arrivato il momento di fare qualcosa.
E non per me o per la bionda. No, lo dovevo a quel bambino che tanti anni prima su quella spiaggia spagnola si era affacciato timidamente nelle nostre vite e non se ne era più andato. Era rimasto lì, solo solo su quell’isola lontana, in attesa che le sue mamme tornassero a prenderlo.
Ora, però,  la sua mamma più fifona e titubante era finalmente pronta ad affrontare le sue paure e partire per il viaggio più sensazionale della sua vita.

Ma prima di imbarcarsi in questa avventura, c’era una cosa che andava fatta…

 –CONTINUA-

28 thoughts on “1. Ed è solo l’inizio

  1. BRAVABRAVISSIMAAAAA…non sapevo di questa novità e quando ho letto “CONTINUA” ho rosicato 😉 !!!! In attesa della seconda puntata mando un bacio a te,
    ai biondi di casa ed ai pelosi :-*

  2. È pazzesco che le persone debbano aspettare il riempimento di vuoti legislativi per fare scelte tanto importanti come avere(O NON AVERE)un frugolo… siamo veramente la repubblica delle banane. ..ho anch’io diverse esperienze con obiettori di coscienza,rispetto le idee di tutti,o almeno ci provo,ma nelle strutture pubbliche le posizioni personali dovrebbero essere messe in stand – by. …

  3. Beh, sembra l’inizio di una esilarante commedia. Ma non c’é migliore commedia della vita stessa. Io aspetto la continuazione. Bella prova! Nella vita dico. Ancora ! Ancora !

  4. BELLISSIMO!!! Come al solito riesci a far ridere e sorridere pur comunicando tutta l’importanza e anche la parte sofferente di ciò che stai raccontando che più che mai in questo caso merita di diventare storia e girare…meglio ancora se attraverso la tua immancabile autoironia e le tue battute..perché attente e puntuali sanno sempre arrivare al cuore e all’anima di che le ascolta . bello bello, divertente ma fa pensare . E molto!! PS..attendo audio libro..

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  15. Cosa mi ero persa! Sono contenta come quando ti capita per le mani una bella serie tv e hanno già trasmesso una vagonata di puntate che ti puoi godere tutte d’un fiato!

  16. Pingback: Virgawards – 3 – Virginiamanda

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