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34. Lesson number two

AULA CORSO PREPARTO. INT. GIORNO

Nell’ampia stanza dedicata al corso, una donna sulla sessantina – capelli brizzolati e fisico asciutto – è seduta su un tappetino da yoga nella posizione della farfalla.
La sua voce cadenzata e ipnotica si diffonde dolcemente nella sala.

INSEGNANTE YOGA
Lo sentite? Sentite il caldo sorriso del vostro piccolo nella pancia?

Di fronte a lei, anche loro nella posizione della farfalla, sono sedute tre donne, ovvero lo sparuto gruppetto di partecipanti al corso pre-parto. La macchina da presa le passa in rassegna una per una, mentre l’insegnante di yoga continua a parlare.
Si sofferma prima su Francesca, la ragazza non vedente. Ha gli occhi chiusi, il volto rilassato ed è in perfetta posa plastica.

VOCE INSEGNANTE YOGA
Bene, adesso sorridetegli anche voi…

Sulla bocca di Francesca si allarga un sorriso caldo e genuino.

VOCE INSEGNANTE YOGA
…tirate fuori un bel sorriso pensando alla meraviglia che
avete creato con il vostro amore..

La macchina da presa si sposta su Serena che, a differenza di Francesca, ha gli occhi aperti e invece di sorridere sta discutendo animatamente con la sua enorme pancia.

SERENA (a bassa voce)
Ma vuoi stare ferma, santiddio? Mi fai male, lo capisci o no?
Perché fai così? Perché?!?!?!

VOCE INSEGNANTE YOGA
…il vostro bambino vi sente, sente le vostre parole, sente
le vostre emozioni, sente tutto l’amore che gli state trasmettendo….

Serena inizia a piangere sommessamente.

Adesso l’inquadratura va sull’ultima partecipante, Giulia. C’è qualcosa di strano nella sua postura: più che una farfalla, la sua posizione ricorda una trave piallata inchiodata a forza sul pavimento.

VOCE INSEGNANTE YOGA
Adesso provate a visualizzarlo: è rannicchiato nel vostro ventre, è sereno, è felice…

Giulia si sforza di sorridere ma la sua sembra più una smorfia di disagio che altro.
L’insegnante intanto continua a parlare.

VOCE INSEGNANTE YOGA

…e vi sta regalando il sorriso più dolce che…

Giulia di colpo spalanca gli occhi, allarmata.

GIULIA
No, scusate, questa cosa non funziona… Ma proprio no!

L’insegnante si blocca e la guarda senza capire. Anche Serena si gira verso di lei, tirando su con il naso. Francesca invece rimane impassibile, con il suo bel sorriso stampato in volto.
Giulia intanto cerca di riguadagnare la posizione eretta, ma con scarsi risultati.

INSEGNANTE YOGA
Giulia, calmati, che sta succedendo?

GIULIA (tra sé)
Eh, lo so io cosa sta succedendo…

Nel maldestro tentativo di alzarsi, Giulia incespica e perde improvvisamente l’equilibrio.

La scena resta congelata così, con Giulia che sta rovinando a terra, l’insegnante di yoga che si lancia in avanti nel tentativo di attutire la caduta, Serena che si copre gli occhi con le mani per non assistere all’imminente tragedia.
E Francesca che continua a sorridere nel vuoto, incurante di tutto e di tutti.

 

Bene, direi che a questo punto possiamo uscire dalla modalità sedici noni e tornare alla nostra cara e vecchia narrazione prosaica.
Dunque, per spiegarvi il perché della mia singolare reazione durante quella che altro non era  che una normale lezione di yoga pre-parto (vabbé, magari proprio normalissima forse no: tutta questa storia dei sorrisi era un tantinello stucchevole, concedetemelo), dobbiamo tornare a qualche ora prima.
Precisamente alle 8.45 di quel giorno che aveva solo le sembianze di un anonimo giovedì come tanti altri. Ma non lo era affatto. Eh sì, perché, ridendo e scherzando, era arrivato il momento di controllare che il nostro nanetto avesse tutte le sue cosette a posto.
Ovvero, era finalmente giunto il grande giorno dell’ecografia morfologica.

Posso dirvi con estrema sincerità che non nutrivo una particolare ansia per questa ecografia. Nel senso che così, a istinto, mi sembrava che il creaturo se la stesse cavando bene là dabbasso. E anche io stavo parecchio in forma. Insomma, facevamo una bella squadra insieme. E poi, diciamocelo, questo pupetto io lo conoscevo a menadito, addirittura da prima che venisse concepito: cosa mai avrebbero potuto dirmi degli sterili ultrasuoni che io già non sapessi?
Le mamme sanno sempre tutto.

Mmh, mmh.
Infatti.
Come no…

A breve quegli sterili ultrasuoni mi avrebbero stracciato 10 a zero, umiliandomi sul campo.

Ma prima di arrivare a tutto ciò, torniamo a quella mattina in cui, come vi stavo dicendo, io ero il ritratto della serenità e la bionda, invece, del Serenase.
Già, perché tutte le ansie che io non avevo, si erano invece abbattute come locuste sulla mia povera bionda, che da giorni viveva in uno stato di alterazione pre-ecografico, caratterizzato da allucinazioni e singolari pratiche divinatorie in cui, a mo’ di aruspice etrusco, traeva segnali inconfutabili sull’esito della morfologica dal volo dei piccioni sul terrazzo o dai fondi di caffè. Ancora non era arrivata alla lettura delle viscere, ma sentivo che ormai mancava poco anche a quello.
A suo avviso i segni erano lampanti e molto, molto preoccupanti. C’era qualcosa che non andava nel nostro nanetto, ne era certa. Ma non lo vedevo quel dannato piccione che continuava a zampettare sul terrazzo facendo quello strano movimento con la testa? Più chiaro di così!

Ecco, è stato qui che ho iniziato a propinarle un ansiolitico di nascosto. La bionda poteva continuare a leggere tutti i fondi che voleva e a psicanalizzare piccioni, ma l’unica previsione davvero attendibile restava la mia: ovvero che con un tranquillante si sarebbe tranquillizzata.
E così è successo.
Il giorno prima dell’ecografia ha iniziato a perdere interesse prima per il piccione e poi, a ruota, per i fondi di caffè. A sera si è limitata a tirare un dado e a commentare, con aria serafica, che il numero due non portava nulla di buono. Ma poi si è addormentata subito e la mattina dopo non ha fatto nemmeno in tempo a controllare se c’era quel maledetto piccione sul terrazzo, che già io le avevo rifilato una buona dose di goccette nel caffelatte.
Per questo, quando abbiamo suonato al portone di una nostra (e vostra) vecchia conoscenza, la bionda trasudava pace e armonia, apparentemente dimentica dell’ecografia che stava per svolgersi.

Il portone si è aperto e io e la bionda abbiamo varcato il sontuoso ingresso, per dirigerci verso la porta aperta in fondo all’androne.
E lì ci aspettava lei. Miss “Pucciacchietto nel pancino”.
Ve la ricordate?
La dottoressa Liana Bosco, la prima ecografista ufficiale del piccolo nano, nonché creatrice di epiteti ad alto tasso glicemico, tipo “gnapettino”, “farfallocchio” e “amoricchio”.
Gentile e saccaroide come suo solito, la nostra Liana ci ha fatto accomodare e, avviluppandoci nelle sue spire di meringa, si è informata su come stava procedendo il viaggio del nano. Una conversazione a base di “bamboletto furbacchietto”, “mammine amorose” ,“panciotto tondotto”, che davvero non abbisogna di essere riportata.
Sappiate soltanto che quando ci siamo alzate per raggiungere il lettino dell’ecografia, grazie ai suoi zuccherosi lemmi io avevo preso almeno tre chili.

Fin qui, comunque, tutto bene.
Nel senso che la bionda era ancora sotto controllo e la Liana ci aveva assicurato che il tutto si sarebbe svolto nel giro di un quarto d’ora, venti minuti al massimo. Per cui la copertura dell’ansiolitico era assicurata.
Almeno così credevo.
Poi l’ecografo si è adagiato sul mio pancione e di colpo le benzodiazepine hanno salutato, ringraziato per l’ospitalità e imboccato in fretta e furia la porta con la scritta luminosa “Exit”.

“Omioddio!!! Non ha i polmoni!!!”

Ha urlato all’improvviso la bionda, portandosi una mano davanti alla bocca e fissando inorridita il monitor.

“Lo sapevo che c’era qualcosa che non andava! Lo sapevo!!!”

Prima che anche io venissi contagiata dal pandemico morbo del panico, la balda Liana è intervenuta con prontezza a sedare gli animi. Ha sorriso teneramente alla bionda e poi, con estrema dolcezza, le ha sussurrato:

“Mia cara, ci auguriamo tutti che il pucciacchietto non abbia i polmoncini lì, visto che quello è il sederino…”.

È seguito un interminabile silenzio, durante il quale la bionda ha lentamente tolto la mano dalla bocca, si è sporta verso lo schermo per vedere più da vicino, poi si è ricomposta sulla sedia e, come se niente fosse, ha commentato con un laconico: “Ah. Ecco”.

A questo punto pensavo che avessimo superato la crisi d’ansia e che il prosieguo dell’ecografia si sarebbe svolto in modo rapido e indolore. Lo deve aver pensato anche la melliflua dottoressa Bosco visto che, dopo aver fatto pat pat con la mano sulla spalla della bionda, ha rinforcato l’ecografo e l’ha spostato sulla destra del pancione.

“Eccoli qua, li vede? Due bei polmoncini forti e sani. Deve stare tranquilla, il vostro fagiolino sta benone, mi creda. E adesso andiamo a dare un’occhiatina al resto e in men che non si dica vedrà che abbiamo finito”.

Povera Liana, si vedeva che ci credeva davvero.
Non sapeva ancora che i suoi sogni di brevità e sintesi, sarebbero stati crudelmente infranti dalla infinita sequela di interruzioni cui l’avrebbe sottoposta la mia allarmista bionda.
Non voglio tediarvi con le quaranteseimiladuecentoventidue domande che la bionda è riuscita a partorire nell’arco di una semplice ecografia (cosa che sicuramente le è valsa la vittoria indiscussa di svariati guinness dei primati), per cui mi limiterò a un florilegio dei quesiti più imbarazzanti.
Tipo questi:

“Scusi, ma la milza di solito non sta a destra?”
“È sicura che quello sia il fegato e non un rene?”
“Ho capito che i ventricoli sono perfetti, sono gli atri che non mi convincono…”
“Potremmo rivedere quella colecisti? Non mi sembrava che avesse un bell’aspetto”.
“Può rallentare un po’ con questo coso che non riesco a contare le costole?!”

Moltiplicate tutto questo per novemiladuecentoquarantaquattro (virgola quattro), e capirete perché la nostra morfologica – com’era? un quarto d’ora, venti minuti al massimo? – alla fine è durata quasi tre ore.
Vorrei potervi dire che comunque ne è valsa la pena, se non altro perché la bionda aveva finalmente fatto pace con i subdoli demoni dell’ansia che la logoravano da giorni.
Ma non ve lo dirò.
Perché il vero show non era ancora cominciato.
Solo che stavolta a condurre lo spettacolo non sarebbe più stata la bionda, ma – ahimé – la sottoscritta.

È successo tutto in pochi attimi.
Inebriata dalla consapevolezza che l’interrogatorio da KGB della bionda era terminato, la Liana si è lasciata prendere dall’entusiasmo e ci ha proposto di mostrarci il volto del nanetto in ben tre dimensioni.
L’ecografo era infatti predisposto alle immagini 3D e, se volevamo, lei sarebbe stata più che lieta di congedarci con una bella foto ricordo del visetto placido e sereno del nostro nascituro.

Avevo visto le ecografie 3D di entrambi i miei nipoti ed era stata un’esperienza meravigliosa: la bimba aveva il piccolo pollice in bocca e si crogiolava nel liquido amniotico con evidente soddisfazione; il maschietto, invece, dormiva beato con un pacioso sorriso sulle labbra.
E, incredibile ma vero, quando sono venuti al mondo avevano le stesse identiche facce.
Nessun cambiamento, nessuna trasformazione.
Li avrei potuti riconoscere tra un milione.
E così era successo con le altre morfologiche in 3D di amici e parenti.
Quello che si vedeva in quello schermo magico, era ciò che sarebbe stato.
Senza trucchi e senza inganni.

Ora dunque toccava a noi.
Tra pochi istanti avremmo visto per la prima volta il volto di nostro figlio.
Ma era davvero la prima volta?
No. Per me non lo era affatto.
Conoscevo quel dolce visetto da anni, da quando lo avevo incrociato per la prima volta nella sua isola.
E poi lo avevo rivisto altre centinaia e centinaia di volte. Mi era apparso nelle circostanze più disparate e adesso, a pochi, pochissimi mesi dalla sua nascita, avrei potuto descrivervelo con una dovizia di particolari degna di un disegnatore d’identikit: gli occhi pieni di sole e di mare, la fronte alta e spaziosa, la bocca sottile incurvata in un gioioso sorriso, il piccolo naso all’insù e le sue manine paffute con cui ci aveva salutato tante volte dall’isola, prima che riuscissimo dopo tanto tempo a tornare a riprenderlo.
Per cui la dottoressa Bosco facesse pure ciò che doveva fare.
Nulla avrebbe potuto scalfire la certezza che…

“Cosa diamine sarebbe questo?!?”

“Come cosa sarebbe? É il volticino dello gnappettino!”

“Senta, forse non è settata bene la macchina, perché davvero qua
tutto si vede tranne che…”

“Ma come non lo vedi, amore? Eccolo qua! Oddio, che emozione!!!”

Se avevo avuto qualche speranza che ci fosse un qualsivoglia problema con la strumentazione, la bionda vi aveva appena messo sopra una pietra tombale.
No, l’ecografo non aveva nessun problema.
Il problema lo avevamo noi. O, meglio, lo avremmo avuto di lì a qualche mese, quando il giovane nano si sarebbe palesato.
Dimenticate il sole, il mare, il gioioso sorriso e tutte le altre amenità.
Quello che campeggiava nel modernissimo monitor a 32 pollici della dottoressa, era tutt’altro.
Mani sulle orecchie, occhi serrati, bocca increspata in una smorfia di evidente fastidio.

“Ehm, dottoressa, ma perché sta così?”

“Perché l’amorino della casa è infastidito dai rumori, vero piccolino?”

“Ma quali rumori, che qua stiamo bisbigliando manco fossimo in un confessionale?”

“Si vede che è particolarmente sensibile. Può capitare. Di sicuro anche gli ultrasuoni gli stanno dando noia, a questo imbronciatino tenerello”.

Bene. Quindi non solo gli davano fastidio i nostri sussurri, ma pure gli ultrasuoni.

Di colpo, davanti agli occhi mi sono comparse tutte le scene che avevo sognato di vivere con il nano.
Io e il nano che cantavamo a squarciagola in macchina con la radio a palla.
Io e il nano che saltavamo sul letto urlando come pazzi.
Io e il nano che ci lanciavamo con una corda facendo il grido di Tarzan.
Solo che, in questa nuova versione post-ecografia, ero soltanto io a cantare, urlare e fare Tarzan.
Il nano invece, stava sempre a bordo fotogramma, con le mani sulle orecchie e l’espressione disgustata.

Col senno di poi, devo ammettere che, prima di avere una prova chiara e inequivocabile come questa, una qualche avvisaglia l’avevamo avuta.
Era successo un paio di settimane prima, di notte. Stavo dormendo al mio solito come una comatosa, quando ero stata violentemente svegliata da una gragnola di pugni e di calci nanesca. E quando dico “gragnola”intendo proprio un bombardamento di colpi dall’interno.
Mi ero alzata di scatto e così avevo scoperto che nel frattempo la bionda era stata colta da un crampo di quelli che non passano nemmeno se li supplichi, e stava gemendo ad alta voce seduta sul letto.
Incurante della sequela di colpi che il nano continuava ad assestarmi, avevo raggiunto la bionda e le avevo tirato con forza il piede per farle passare il crampo.
Aveva funzionato.
I lamenti erano cessati.
E con loro, anche il combattimento di full contact che si stava svolgendo nella mia pancia.
L’ipotesi romantica della bionda, era che il nanetto l’avesse sentita piangere e, preoccupato per lei ma impossibilitato ad aiutarla, mi avesse deliberatamente svegliata affinché io facessi qualcosa.
Sarà, ma io invece avevo la sensazione che in questa gragnola ci fosse qualcosa di strano. Non so spiegarvelo bene, ma mi ricordava tanto un vecchio astioso che batte con la scopa sul soffitto perché al piano di sopra stanno tenendo la televisione troppo alta.
E adesso, dopo aver visto l’immagine a tutto schermo del nanetto incavolato come una faina, non c’erano più dubbi.
Il vecchio astioso che batteva con la scopa, era nostro figlio.

Incapace di arrendermi all’idea di essere in procinto di partorire uno dei nonnetti dei Muppet, ho deciso di fare un ultimo disperato tentativo.
Ho chiesto alla dottoressa di mantenere l’ecografo in posizione, mi sono alzata sui gomiti e ho proteso la testa verso il pancione. Poi, usando il tono di voce più dolce e rassicurante che le mie corde vocali avessero mai prodotto, ho parlato al giovane nano.

“Ascoltami, nanetto nostro, non devi essere così arrabbiato. Davvero, non ce n’è motivo. Qui fuori ci sono le tue mamme che ti aspettano e che non vedono l’ora di conoscerti e di fare tante cose bellissime insieme a te. Se non ti piacciono i rumori, va bene, cercheremo di essere le mamme più silenziose dell’universo, però adesso, per favore, facci un bel sorriso.”

Convinta di essere riuscita nel mio intento, ho guardato verso il monitor, aspettandomi di trovare quella adorabile faccetta allegra e distesa che conoscevo tanto bene.
Ma in video non c’era nessuna faccetta allegra e distesa.
Anzi, non c’era proprio più nessuna faccia.
La tragica realtà era che il mio adorato nano, mentre gli stavo parlando, si era girato di schiena.
Insomma, senza nessuna creanza, mi stava palesemente dando le spalle.

“E adesso che si fa?!” ho domandato sconcertata alla dottoressa Bosco.

“Niente. Si fa che l’ecografia è finita e ve ne potete andare a casa serene e tranquille. Il vostro pesciolino sta in gran forma ed è anche simpatico, con quella sua faccettina tutta corrucciata. Un vero amore!”

Così, dopo averci consegnato una serie d’istantanee del nostro ingrugnato piccino, la Bosco ci ha messo alla porta.

Fuori dallo studio, la bionda si è messa subito a guardare le fotografie dell’ecografia, non nascondendo il suo entusiasmo.

“Ahahah, guarda in questa come è incarognito! Ma ti rendi conto? Ha già un carattere, una sua personalità! Non la trovi una cosa fantastica?”

No, non la trovavo una cosa fantastica per niente.
Chiariamoci, non che io fossi una di quelle madri che vogliono plasmare i figli a propria immagine e somiglianza, Dio ce ne scampi e liberi.
Ero assolutamente pronta ad avere a che fare con un altro essere umano che, come tale, sarebbe stato diverso da me, avrebbe avuto i suoi gusti, le sue passioni e avrebbe fatto le sue scelte. Ma non ero affatto preparata al fatto che questa cosa potesse iniziare addirittura prima del concepimento.
E che cavolo, ma un po’ di sane aspettative e legittime speranze me le poteva pure lasciare ‘sto figliolo! Non dico tanto, ma almeno fino alla nascita. Non mi sembrava una richiesta esagerata.
E invece niente.
Era bene che cominciassi ad abbandonare le mie fantasie di sorrisini e moine varie e mi abituassi quanto prima all’idea di portare in grembo un piccolo Scrooge.

Ecco. Ora possiamo tornare nella nostra aula del corso pre-parto.
Adesso potete capire quale fosse il mio stato d’animo durante quella infausta lezione di yoga?
L’ignara insegnante continuava a insistere con “il caldo sorriso”, “il sorriso dolce”, “l’espressione serena e felice”, e io l’unica cosa che riuscivo a visualizzare era il nostro urletto di Munch con il suo corredo di espressioni burbere e arcigne.
E a un certo punto non ce l’ho fatta più.
Dovevo porre fine a quello stillicidio e lasciare di corsa quell’aula intrisa di faccette tenere, fossettine e sorrisetti, tutte cose che, dopo aver visto il vero volto dell’accigliato nano, sapevo non appartenermi più.
Qualcosa però non ha funzionato nell’operazione di fuga.
Devo aver sottovalutato l’ingombro del pancione e così, nel tentativo di alzarmi, ho inciampato nei miei piedi e sono finita a faccia avanti.
Un istante dopo la stanza è stata invasa dalle grida spaventate di tutte. Anche Francesca, che ovviamente non poteva aver visto nulla di quanto successo, si è unita al coro, tanto per dare il suo contributo.

“Oddio il bambino!”

“Ha battuto la pancia!”

“Chiamate un’ambulanza!”

Ho detto loro di stare tranquille, che il bambino stava benissimo e che non dovevano preoccuparsi.
Come lo sapevo? Semplice, da quando avevano iniziato a gridare, il nano aveva cominciato il quarto round del combattimento sospeso la notte del crampo della bionda.
Per sicurezza ho fatto anche la prova del nove. Ho chiesto a tutte di fare silenzio per un momento e, come per magia, il nano si è subitaneamente chetato. Poi ho fatto singhiozzare un po’ Serena e di nuovo una scarica di colpi bassi si è abbattuta sulle mie povere viscere.
Ma le mie rassicurazioni non sono bastate.
L’insegnante di yoga mi ha caricato a forza sulla sua auto e mi ha portato al pronto soccorso più vicino.
Ho cercato di farla desistere più volte lungo la strada, ma non ha ceduto.
Dovevo essere visitata da un medico, e subito.
Conoscendo un po’ la realtà dei pronto soccorso romani, ho sorriso di fronte a tanta ingenuità. Mi avrebbero dato un codice bianco immacolato e mi avrebbero abbandonata nel Triage fino a notte fonda prima che qualcuno si accorgesse di me.
Invece, devo ammettere che stavolta l’ingenua ero stata io.

Davanti al Pronto Soccorso, la yoga woman ha imboccato senza indugio l’entrata della ambulanze e, giunta davanti all’ingresso, è uscita dall’auto urlando che c’era un’emergenza con una donna incinta.
In men che non si dica, mi sono ritrovata in una puntata di “ER, Medici in Prima Linea”.
Sono arrivati di corsa in quattro, in un attimo mi hanno adagiato su una barella e, nel giro di pochi secondi, mi sono ritrovata in sala visita.

Qui mi sono ritrovata a tu per tu con un anziano medico, dall’aspetto decisamente ostile.
Mi ha chiesto cosa fosse successo e io ho gliel’ho raccontato.
Ok, diciamo che gliel’ho messa giù un po’ più teatrale di come fosse andata nella realtà, ma soltanto per giustificare tutta la baraonda che la yogista aveva creato all’ingresso.
L’attempato dottore, comunque, non si è scomposto di un millimetro.
Ha continuato a fissarmi con aria scontrosa e mi ha chiesto, con fare brusco, di mostrargli il pancione.
Lo ha tastato un po’ e poi, senza dire nulla, ha preso l’ecografo.
Sul monitor è comparso l’ormai noto corpicino del nano.
Il medico ha controllato alcune cose, andando avanti e indietro con la sonda, e poi, all’improvviso, sul suo burbero volto si è dipinto un sorriso.
Un sorriso completamente inaspettato.
Un sorriso pieno di dolcezza e di empatia.
Uno di quei sorrisi che ti riempiono di calore l’anima.

“Stia tranquilla. Il ragazzetto qui dentro sta una meraviglia. Sarà un bambino forte e sano, glielo posso assicurare.”

Gli ho sorriso a mia volta e sono rimasta a fissarlo, come ipnotizzata.
Allora forse non era tutto perduto con il giovane nano.
Magari sarebbe andata come con il medico che avevo davanti: un involucro ostile che conteneva un’emotività e una delicatezza rare.
Chissà, forse alla prossima ecografia, anche il nostro nanetto ci avrebbe regalato un sorriso speciale come quello che il dottore mi aveva appena mostrato…

“E adesso andiamo a vedere il visetto, che ne dice?”

Ecco.
Sì, magari ci avrebbe regalato ‘sto sorriso.
Ma magari no.
E francamente non avevo voglia di scoprirlo proprio oggi.
Era stata già una giornata parecchio intensa, non vi pare?

“La ringrazio dottore, lei è gentilissimo, ma io adesso devo proprio andare”

Ma come? Non vuole vedere il volto del suo bambino?”

“Guardi, come se avessi accettato. È che si è fatto tardi e…”

“Sì ma si faccia almeno dare della carta per togliersi il gel!”

“Non si preoccupi, lo tolgo dopo a casa. Grazie ancora e arrivederla!”

“Aspetti, quella non è la porta gius…”

Troppo tardi.
Quando il dottore ha parlato, io già avevo inforcato con baldanza la porta del cesso, scambiandola per l’uscita.
Ma non preoccupatevi, mi sono tirata fuori da questa imbarazzante situazione con la dignità e il contegno che mi contraddistinguono.
Mi sono riaffacciata in sala visita, mentre il medico mi guardava scuotendo la testa.

“Senta, pensavo che magari un po’ di carta me la prendo da qui, eh? Di nuovo, arrivederci e grazie”

 

E così, anche questa lezione pre-parto era terminata. Non nel migliore dei modi, mi rendo conto, ma l’importante è che fosse finita.
Adesso avevo davanti un’altra settimana per prepararmi psicologicamente alla lezione successiva.
“Allattamento e svezzamento”.

Chissà, forse stavolta sarebbe andata meglio.
Chissà.
Forse.

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33. Lesson number one

Si dice che il tempo sia galantuomo e, nel caso della dottoressa Martelli – l’improbabile psicologa del corso preparto che mi accingevo a frequentare – posso dire che corrisponde a verità.
Vi ricordate la delirante telefonata avuta con lei? Bene. Perché io invece il giorno dopo l’avevo già completamente rimossa.
Avevo magicamente dimenticato i quarantadue interminabili minuti di spiegazione che avevo impiegato per riuscire a far capire all’esimia dottoressa che la bionda non era – né sarebbe mai stata – nell’ordine:

  1. una mia amica
  2. una mia amica gravida
  3. il padre del bambino che, per questioni che la dottoressa si proponeva di analizzare in sedute private e con tariffario a parte, amava farsi chiamare “la bionda”.

Quando avevo riattaccato il telefono, avevo dunque lasciato la rinomata psicologa cognitivo- comportamentale con la cognizione di avere per la prima volta a che fare con una coppia di donne in attesa di un figlio. Come si sarebbe comportata durante il corso, invece, lo avrei – ahimè – scoperto di lì a pochi giorni.
Ma, come vi dicevo, ogni perplessità e sinistro presentimento, l’indomani erano stati spazzati via da una singolare forma di eccitazione che mi aveva colto all’idea di frequentare un corso.
Avete presente quel misto di euforia e aspettative che si viveva da bimbetti quando stava per iniziare la scuola?
Ecco, di colpo io mi sentivo emozionata come una scolaretta al primo giorno di elementari.
E, da brava scolaretta, volevo presentarmi all’inaugurazione del corso in perfetto ordine.

Ho quindi costretto una recalcitrante bionda a un forsennato tour di negozi per trovare il necessaire da corso perfetto per me.
Siamo partite con un grande classico: il tutone premamam. Quello con portapanza incorporato, per intenderci.
Niente di più facile, direte voi. E invece abbiamo girato quattro centri commerciali per trovarne uno che fosse di mio gradimento.
Già, perché di colpo io, che fino al giorno precedente mi interessavo del mio abbigliamento come una capra tibetana può essere interessata a un simposio di glottologia, ho deciso che anche l’occhio voleva la sua parte.
Saranno stati gli ormoni naneschi, sarà stata la pancia che continuava a lievitare come pasta madre, sarà stato quel vago senso di disagio nel non sentirmi più pienamente padrona del mio corpo, sarà stato quel che sarà stato, fatto sta che adesso era finito il tempo degli acquisti casuali, fatti senza nemmeno provare i capi da comprare.
Adesso era iniziata la temibile e ingestibile era del: “Li provo tutti, in tutti i colori disponibili e almeno in tre taglie diverse. Grazie”.

Così, per una semplice tuta (“Questa mi ingrossa / Quest’altra mi svilisce / Ma che diamine di colore è il ciano?!?!”), quattro banalissime magliette (“Troppo lunga / Troppo corta / Troppo stretta / Troppo larga / Troppo troppa”) e un paio di scarpe da ginnastica (“Non so, le sento un po’ strettine, mi fa provare quelle là / Queste sono peggio ancora, lei è sicuro che sia un 38? / Cosa vuol dire che mi si è allungato il piede?! Bionda ma hai sentito che ha detto il commesso? / Ma vi siete messi d’accordo?! Io il 39 non lo provo proprio, per chi mi avete preso, per Pippo? / Ecco, vedi miscredente bionda? Queste sono perfette. Guarda qua, mi calzano a pennello! Come dici? È un 40?! E allora non le voglio.”), abbiamo impiegato qualcosa come cinque giorni.
Ma ne è valsa la pena, perché adesso ero finalmente pronta per iniziare questa nuova entusiasmante avventura.

Pensate che tanta era l’emozione per il mio primo giorno di corso, che sono riuscita anche a digerire con una invidiabile nonchalance la ferale notizia che la bionda, in questa speciale nonché irripetibile occasione, non avrebbe potuto essere al mio fianco.
Purtroppo l’inizio del corso coincideva casualmente con la giornata clou del film al quale stava lavorando, ovvero quella con visita dei produttori sul set accompagnata da scene di esplosione con coinvolgimento di stuntmen, effetti speciali e chi più ne ha più ne metta. Insomma, non avrebbe potuto allontanarsi nemmeno per cinque minuti, figuriamoci per le tre ore di preparto.
Ma io ero tranquilla. Conoscevo benissimo le dinamiche del lavoro e capivo perfettamente che la bionda, in quanto organizzatrice generale di tutta la baracca, non poteva esimersi dall’essere sul set in quel particolare giorno.
E poi, su, non era mica così fondamentale che venisse con me!
Ma sì, potevo tranquillamente cavarmela da sola.
Davvero, che problema c’era?
Oh, il lavoro è lavoro, giusto?
E in fondo chi ero io di fronte ai produttori delegati di ‘sta fava e a quattro saltimbanco appiccia fuoco che porca di quella mignotta proprio il giorno del mio corso dovevano venire a stracciare le palle con la loro scenetta del cazzo?!

Ok. Dimenticate l’invidiabile nonchalance, la realtà è che mi sono incazzata come un muflone.
E che diamine, allora che cacchio di vantaggio c’era a stare con una donna, se poi mi toccava ritrovarmi nel più bieco stereotipo di una coppia etero?
Lui al lavoro e lei al corso preparto.
Da sola.
Solissima.
Anzi, peggio ancora. Noi stavamo per andare addirittura oltre al bieco stereotipo, perché c’era il serio rischio che a questo stramaledetto corso sarei stata l’unica sprovvista di partner. Cioè, vi rendete conto? Di sicuro tutti i padri sarebbero stati presenti, almeno in quella giornata di apertura. E la mia bionda, l’altra metà del cielo nonché l’altra mamma del nano, dove sarebbe stata?
A stringere produttive mani e intossicarsi con esalazioni di benzina fumante, ecco dove.
Per non parlare del fatto che, presentandomi sprovvista di bionda – ovvero senza evidenza di prove – avrei annullato in un sol colpo tutti i risultati così faticosamente raggiunti con la psicologa Martelli. Che sarebbe tornata in una frazione di secondo a farneticare di amiche incinte e padri trans.

Però, dopo essermi sfogata inveendo contro la bionda per tutto il tempo che ho reputato sufficiente a un corretto smaltimento dell’ignobile notizia della sua assenza (e non è stato poco, ve l’assicuro…), mi sono ripresa e ho scientemente deciso di comportarmi come una persona adulta e matura. D’altronde di lì a poco sarei diventata madre e mi sembrava giusto dare anche un segnale chiaro al giovane nano laggiù nella pancia.

La verità, mio dolce nanetto, è che nella vita non sempre si può avere ciò che si vuole. Ma l’importante è reagire in modo positivo e, soprattutto, costruttivo. Mamma bionda non può accompagnarmi al corso preparto? Nessun problema. Guarda come la tua mamma Giulia sta per uscire da questa spinosa situazione con contegno e fierezza:

“E allora non ci vado nemmeno io al corso preparto, ecco!”

Dunque, nanesco virgulto, vorrei tanto poterti spiegare perché dopo quel bel po’ po’ di preambolo che ti ho fatto, io me ne sia uscita in un modo così puerile. Volendo potrei dare la colpa agli ettolitri di ormoni che la tua adorabile presenza aveva messo in circolo nel mio corpo come barolo d’annata. Ma non sarebbe giusto né corretto. 
L’unica spiegazione che mi sento di darti è di iniziare a rassegnarti sin da ora, perché questo è ciò che ti aspetta quando finalmente vedrai la luce in questo mondo. Mamma Giulia è fatta un po’ così, a volte si dimentica che gli “-anta” ormai, più che alle porte, sono già seduti in salotto a chiacchierare amabilmente di piani pensionistici e caldane da menopausa.

Certo, quando sei bambino è molto più facile: tutti si aspettano che ti comporti come tale, per cui puoi permetterti uscite fuori luogo, crisi isteriche e tutto il repertorio di bambinesche scempiaggini senza che nessuno faccia una piega.
La parte difficile viene dopo. Già, perché anche i grandi sono stati bambini sai? Ed essere stato bambino mica è una cosa che ti scordi così facilmente. Manco per niente, caro mio. Te la porti dietro per sempre.
Ma devi anche sapere che questo pupetto interiore non è sempre e soltanto capriccioso, impertinente o – perché no – anche estremamente scurrile. A volte, pensa un po’, è proprio lui a risolvere, come per incanto, gli struggenti drammi degli adulti. Come fa?
Semplice, spargendo nell’animo del grande di turno un po’ di quell’entusiasmo magico e contagioso che solo i bambini possiedono.
Non ci credi? E allora stai a guardare come la Giulietta interiore è riuscita a tacitare in un sol colpo tutta l’acredine di mamma Giulia verso la povera mamma Bionda, rea soltanto di avere un lavoro di merda – ehm, pardon (dannato fanciullino!) – un lavoro molto duro e impegnativo.

“E questo cosa sarebbe?”

È un regalo per te, tesoro. Per l’inizio del corso.”
 
“Mi prendi in giro, bionda? Pensi di comprarmi così, con questo pacchettino melenso pieno di assurdi cuoricini. E poi ho detto che al corso non ci vado, nemmeno se qua dentro ci fosse… OMMIODDIO!!!! Una penna stilografica!!!”

Come faceva a saperlo, la diabolica bionda? Come sapeva che da bambina avevo supplicato per mesi e mesi (e mesi) i miei genitori di comprarmene una? Ma loro niente. Non avevano ceduto alle struggenti implorazioni della loro amorevole figliola e, per tutta risposta, mi avevano rifilato una squallida e inelegante Bic Multicolore.
Ora, a onor del vero bisognerebbe dire che dietro al diniego dei miei genitori di dotarmi di una penna stilografica, un motivo c’era, e pure fondato: avete mai visto un mancino scrivere con una stilografica? No? Meglio così. È come dare un tubetto di tempera a un cane maremmano. Interi fogli di spalmate uniformi d’inchiostro. Roba che nemmeno la polizia scientifica, con tutti i ritrovati della tecnologia a disposizione, potrebbe riuscire a decifrare.
Ma questo non aveva alcuna importanza.
L’unica cosa importante era che la bionda mi aveva appena regalato uno degli oggetti che più avevo desiderato da piccola.
E adesso la mia Giulietta interiore era talmente grata e appagata, da far scomparire ogni nube che aleggiava sull’imminente corso preparto. La bionda non avrebbe potuto partecipare alla prima lezione? Bene, sarebbe venuta alla seconda o alla terza, o quando avrebbe potuto.
Io intanto l’indomani, avrei sfoderato la mia penna stilografica nuova fiammante alla lezione della dottoressa Martelli. Sperando nel frattempo di aver trovato un modo per prendere gli appunti senza trasformare il quaderno in un lago d’inchiostro.

Ancora non sapevo che questo problema non si sarebbe affatto posto.
La realtà è che la mia adorata stilografica avrebbe fatto capolino nell’aula giusto pochi secondi, il tempo sufficiente a capire che non ci sarebbe stato alcun appunto da prendere.

Ma ora basta anticiparvi le cose. È tempo di cominciare il nostro preparto.
Che, come ogni corso che si rispetti, non si può che iniziare così:

LESSON NUMBER ONE

(trad. “Se tu sei una psicologa, allora io sono un ingegnere aerospaziale della Nasa”)

 

“Ascolta Giulia, io lo dico per te. Magari questa cosa ti crea imbarazzo, ti mette a disagio… Guarda, facciamo così: quando cominciano le presentazioni del gruppo, tu non dire nulla, ci penso io. Qualcosa mi verrà in mente”.

Quella che avete appena sentito è la dottoressa Martelli – ci tengo a ricordare: “psicologa comportamentale – cognitiva” – direttamente dal ripostiglio delle scope nel quale mi ha sequestrato.
Già, perché questo è successo. Non ho fatto in tempo a mettere piede nell’aula del corso, che una vocina alle mie spalle ha domandato:

“Scusa, per caso sei Giulia?”

Io ho ingenuamente risposto di sì e di colpo sono stata trascinata in tutta fretta dentro una specie di sgabuzzino, ove la proprietaria della vocina – ovvero la dottoressa Martelli – mi ha espresso, con fare cospiratorio, tutte le sue perplessità sul fatto che io dichiarassi davanti alle altre gestanti la provenienza del creaturo nel pancione.
Ma si può sapere quale razza di psicologa nel XXI secolo può consigliare a una persona omosessuale, per di più incinta, di nascondersi??
Ora, devo ammettere che una qual certa curiosità per cosa la Martelli avrebbe potuto inventarsi per presentarmi al gruppo c’era – eccome – ma non era questo il momento di indugiare su sterili fantasie. Questo era invece il momento di mettere i puntini sulle i e le ipsilon sui gay.
Ho quindi espresso alla dottoressa il mio disappunto per la modalità diciamo vintage con la quale stava affrontando l’argomento. Io non avevo nessun problema a presentare me, la bionda e il nanetto per quello che eravamo. Una famiglia.
Se poi questa cosa avesse creato a qualche panzona del corso delle contrazioni anticipate, beh, cara la mia strizzacervelli, quello sarebbe stato un problema tuo e della panzona contratta, non certo mio.

Così, ebbra di autostima per aver rimesso in riga la dottoressa, ho finalmente fatto il mio ingresso nella sala del corso. Adesso davvero non m’importava più nulla degli altri: ci fossero stati anche centocinquanta papà presenti alla prima lezione, non avrei fatto una piega.
Ed effettivamente, la sala avrebbe potuto contenerli tutti, per quanto era grande. Sia loro che le relative consorti panciute. E invece…
Invece era il deserto dei Tartari.
Il vuoto cosmico.
Il buco nero del preparto.

Mi sono guardata intorno con incredulità e stupore. Possibile che non ci fosse davvero nessuno? Ma allora di chi diamine parlava quella sciroccata della Martelli quando farneticava di gruppi di presentazione?
Ecco, qui per la prima volta (ne sarebbero seguite altre…) un brivido di terrore mi ha attraversato la schiena: non iniziava forse così una caterva di film horror? La sprovveduta ragazza che abbocca alle profferte di un volantino e si ritrova da sola in balia di una sedicente psicologa, che scopriremo nel secondo tempo essere in realtà evasa da un manicomio criminale dopo aver sbudellato cinque donne per cercare il bambino che, quando era ragazzina, fu costretta ad abortire.
Qui dovete fare tutti un piccolo sforzo per cercare di mettervi nei miei panni.
Ero incinta, strafatta di ormoni, particolarmente impressionabile e reduce da un incontro ai confini della realtà in uno sgabuzzino.
Capirete quindi che, quando ho sentito di colpo dei singhiozzi strozzati provenire da dietro la tenda alla finestra, mi si sia gelato il sangue nelle vene.
Poi, un istante dopo, un ringhio minaccioso è arrivato alle mie spalle. Dietro di me c’era un cane enorme e, accanto a lui, una ragazza diafana che mi fissava con sguardo spiritato.
Sono rimasta qualche istante così, paralizzata dal terrore con la bocca spalancata in un urlo muto.
Finché la ragazza fantasma ha parlato.

“Scusate è qui il corso preparto?”.

” le ha risposto la tenda, tirando su con il naso “Stiamo aspettando la dottoressa Martelli”.

È stato così che ho fatto la conoscenza di Serena e Francesca, ovvero le mie compagne di corso. Mancava ancora il pezzo forte, Gabriela, ma lei si sarebbe palesata soltanto alla seconda lezione.
Di lì a breve avrebbero fatto la loro presentazione ufficiale davanti a un’attentissima dottoressa Martelli, ma intanto posso presentarvele io.

SERENA: 32 anni, banconista del pesce al supermercato. Serena di nome ma non di fatto, era lei la singhiozzatrice solitaria dietro la tenda. La gravidanza – voluta, cercata, desiderata con tutta se stessa – purtroppo non era andata come raccontano nei manuali: a partire dal secondo mese, infatti, la povera Serena aveva cominciato a soffrire di una forma depressiva ormonale che le rendeva il rapporto con la nascitura figlia potremmo dire un tantino complicato. Adesso era all’ottavo mese e intavolava sovente discussioni con la bambina nella pancia, tipo questa:

“Sì amore di mamma, mamma ti sente benissimo, non c’è bisogno che la prendi a calci …Cuore mio puoi stare un po’ fermina, per favore? Ma non dormi proprio mai, tesoro dolce? Ecchecazzo fermati!!! Ma cos’è, l’Esorcista?! Non lo vedi che mamma è stanca?! Mamma non ce la fa più, più, più, più…”

Segue pianto ad libitum.

FRANCESCA: 28 anni, impiegata di banca. Non a caso si era presentata al corso con un cane al seguito: Francesca era non vedente dalla nascita ed era una vera forza della natura. Atleta a livello agonistico, musicista diplomata al conservatorio, grande lavoratrice, aveva soffiato il suo attuale marito alla sua ex migliore amica. Insomma, era una ragazza che non si faceva mancare nulla. Come Serena, anche lei era incinta di otto mesi di una bambina. Ma, a differenza sempre di Serena, lei era serena per davvero.

Insomma, contando anche me, in tutto eravamo tre. Quattro con il cane guida.
E di padri nemmeno l’ombra.
Il compagno di Serena non era riuscito a prendere in tempo un permesso dal lavoro, mentre Francesca aveva convinto il marito a non venire, per poter passare qualche ora senza di lui, visto che si era messo in aspettativa per non perdersi nemmeno un istante del “miracolo della gravidanza”. Lei aveva provato a spiegargli che forse sarebbe stato meglio prendersi l’aspettativa dopo la nascita della figlia, e non prima. Ma pare non ci fosse stato niente da fare.
Comunque, dopo un tempo d’attesa francamente eccessivo, ha fatto la sua apparizione ufficiale la dottoressa Martelli. Ci ha fatto accomodare davanti a lei ed è partita con il giro di presentazioni.
Lei si è presentata.
Serena si è presentata.
Francesca si è presentata.

“Perfetto, allora adesso vi spiego come si svolgerà il corso. Dunque oggi…”

“Mi scusi dottoressa, ci sarei anche io.”

La Martelli si è aggiustata gli occhiali e ha improvvisato un sorriso imbarazzato.

“Ecco, magari con te, Giulia, facciamo la prossima volta, eh? Che adesso siamo un po’ in ritardo e ci sono ancora tante cose da fare.”

E però adesso basta. C’era un limite a tutto. E l’avevamo ufficialmente oltrepassato.
Mi sono alzata in piedi e mi sono posizionata davanti a Serena e Francesca.
E ho iniziato la presentazione più lunga alla quale la dottoressa Martelli avesse mai assistito nella vita.
Sono partita dall’isola del nano, quasi otto anni prima, e poi le difficoltà, le traversie, la lista di Giulia, Barbie a Copenaghen, e Remedios, la dottoressa Lopez, la gravidanza isterica della bionda e infine lui, il piccolo nanetto comodamente accoccolato nel mio lievitato ventre.
Nostro figlio.
Beh, è con estrema soddisfazione e orgoglio che vi comunico di aver ricevuto un’indimenticabile standing ovation. Pure il cane guida si è alzato e ha guaito.
Anche la Martelli ha battuto le mani. A dire il vero in modo un po’ strano, tipo al rallentatore, ma per me era più che sufficiente.
Il ghiaccio era finalmente rotto, adesso il corso poteva cominciare.

Col senno di poi, sarebbe stato meglio che non cominciasse affatto. Cioè, a dire il vero, la parte della spiegazione generale non è stata malaccio. La Martelli ci ha edotte sulle specifiche di ogni lezione: oltre alla prima, che avrebbe tenuto lei, la seconda si sarebbe invece incentrata sullo yoga preparto, la terza sulla questione nutrizionale, la quarta e la quinta avrebbero affrontato tutta la parte di ostetricia e via dicendo, fino alla lezione conclusiva, ovvero la decima, che avrebbe visto riunite tutte le insegnanti per un riepilogo complessivo.
Poi la Martelli ha iniziato la sua lezione.
“Psicologia della gravidanza”.
Ed è stato l’inizio della fine.

Intanto, non appena la dottoressa ha cominciato a dire che la gravidanza è una fase molto delicata per una donna (poteva dire qualcosa di più banale? Io sinceramente non credo) la sensibile Serena è entrata in modalità “pianto no-stop”, quella con condotti lacrimali aperti H24. Ha pianto ininterrottamente per le successive due ore e mezza. Senza pause. E stava ancora piangendo quando ci siamo salutate alla fine della lezione.
Ma il bello – si fa per dire – è arrivato subito dopo, quando la Martelli, per non mancare di rispetto a nessuno, ha deciso di boicottare in toto il verbo “vedere” e la parola “padre”. E non è più riuscita a sostenere un discorso di senso compiuto.

“Perché capite, il giorno in cui finalmente vedre…(sguardo di terrore verso Francesca) cioè, stringerete a voi il vostro bambino, e anche il pad… (sguardo di terrore verso Giulia) il partner lo stringerà, quindi dicevo lo stringerete tutti e… insomma avete capito, no?”.

Dopo più di un’ora trascorsa a cercare di carpire qualcosa di minimamente intellegibile dalla confusa voce della dottoressa, sia io che Francesca l’abbiamo pregata – per pietà – di non farsi problemi per noi e di utilizzare liberamente padri, papini, babbi, vista, sguardi, occhi e tutte cose.
Ma non c’è stato verso.
Ormai la nostra Martelli si era avventurata nell’insidiosa landa del politically correct.
E da lì non c’era ritorno.

Quando finalmente la lezione è terminata, ero sfinita. Tra lo sforzo di capire qualcosa nello sproloquio della psicologa, i singulti della piagnona e i continui sguardi involontari di Francesca ai quali io – dimentica che fosse non vedente – rispondevo con altrettanto continui sorrisi, cenni di comprensione e occhiolini vari, alla fine ero veramente ridotta un lumicino.
Davvero, non mi ero mai sentita così stanca dall’inizio della gravidanza.

Ho salutato tutte e, trascinando i piedi, ho raggiunto con fatica il portone di uscita. E la dannata Martelli ha raggiunto me.

“Da che parte vai?”

“Ho la macchina laggiù in fondo”

“Ah bene, anch’io, così facciamo la strada insieme! Ma che hai? Ti vedo un po’ abbacchiata…”

“Non è nulla dottoressa, solo un po’ di stanchezza.”

“Eh…non è solo stanchezza, dai retta a me che sono un’esperta. Cara Giulia, devi sapere che la gravidanza è una fase molto delicata per una donna…”

“Uh, ma che sbadata, io nemmeno ce l’ho la macchina! Che scherzi che fanno gli ormoni, eh? Scusi, corro a prendere l’autobus che sennò faccio tardi. Arrivederci e tante care cose!”

Non ci crederete, ma davvero ho mollato la mia Fiesta blu in fondo alla strada e sono tornata a casa in autobus. Mi sarei fatta anche la Maratona a piedi scalzi, pur di non ascoltare un altro suo incomprensibile sermone.
Comunque il peggio era passato.
Non avrei più rivisto né, soprattutto, riascoltato la Martelli fino alla decima lezione, e questo mi rincuorava non poco.
La prossima sarebbe stata la volta dello yoga.
E come potrebbe andare male una lezione di yoga?
Beh, se seguirete la prossima puntata, lo scoprirete…

Non perdetevi la Lesson number two : “The nano is on the table”.
Prossimamente su questo blog.

4

Bonus Track

Nota di Giulia: per chi non avesse letto la puntata 31. Home Visit, il seguente brano potrebbe risultare scarsamente intellegibile.

 

“Prima di tutto, potresti togliere quella cosa che è veramente, ma dico veramente fastidiosa?”

“Ma è tradizione!”

“Una tradizione barbara e ripugnante…”

“Guarda Carlona, secondo me è ora che superi questa fobia del Natale. E comunque l’albero non lo tolgo. Io e la bionda ci abbiamo messo una giornata intera a piazzare le pallette secondo codici di geometrie esistenziali. Non puoi per una volta, una sola, fare la persona normale e accettare l’ineluttabilità delle feste come tutti?”

“Almeno ‘sto cd di lamenti natalizi lo puoi spegnere, santiddio?”

“Questo te lo concedo. Ecco qua, spento”.

“Ah, finalmente! Eccheccazzo mi stavano entrando le renne nelle orecchie… Passami un po’ di quel liquorino alla liquerizia”.

“Quello alla liquerizia te lo sei scolata la scorsa settimana, ricordi? Qui mi è rimasto solo un Amaro Montenegro”.

“É quello della cavalla in difficoltà?”

“Credo di sì”.

“Bene, versami un po’ di cavalla e procediamo: cos’è che mi stavi chiedendo?”

“Ecco, sì… Ti ricordi di quella volta che avevi lasciato con il Conte ed eri piombata a casa nostra con il trolley?”

“Mmh… Vagamente…”

“Dai, che c’era anche la signora Lucia che si era piazzata qua perché la figlia era sparita.”

“Ma chi, la vecchia rincoglionita che non sapeva fare gli Spritz?”

“Esatto. Certo magari io l’avrei definita l’anziana con qualche problema di senilità…”

“Perché tu sei sempre così politically correct… Che noia, ragazza mia, che noia! Versami un altro po’ di liquore equino, va’”

“Che poi tu fai sempre tanto l’acida e intanto la figlia della Lucia l’hai rintracciata tu”.

“Avevo forse delle alternative? Fosse stato per te e per quell’altra Santa Maria Goretti bionda, la vecchia ancora vivrebbe in casa vostra. E poi il mio amico poliziotto mi doveva un favore. Almeno credo…O forse glielo dovevo io. Vabbé, comunque l’importante è che l’abbia fatto”

“Certo che Giobbe ha rischiato parecchio… Cioè, fare localizzare un cellulare così, senza mandato…”

“Giobbe? Guarda che si chiama Nicola”.

“Ah, già scusami… È che…insomma… io e la bionda l’abbiamo sempre chiamato Giobbe… Perché con te è stato, diciamo, particolarmente paziente…”

“Roba da non credere… Paziente lui?! Ma sai quante ne ho dovute sopportare io quando mi corteggiava? Tutte quelle sue continue smancerie, e i cuoricini, e i cioccolatini, e quelle dannate rose tutti i giorni… Lascia stare guarda, che ho passato l’inferno vero.”

“Chissà come avrà reagito la figlia di Lucia quando si è vista piombare dal parrucchiere un’intera pattuglia di polizia…Secondo me è morta di vergogna.”

“Non ti credere, Nicola mi ha detto che gli ha chiesto di farle finire le meches”.

“Ah, ecco… Comunque la signora Lucia sta meglio dove sta ora. Almeno finalmente si può riposare.”

“Indubbiamente. Un brindisi alla buonanima della Lucia! Su su versa, non essere timida…

“Ehm, Carlona… Guarda che non è morta. Si è trasferita in campagna dai nipoti”.

“Beh, tu versa lo stesso. Che non vogliamo farlo ‘sto brindisino alla vecchia?”

“Torniamo però a quella notte. Dopo che la figlia era tornata a prendersi la signora Lucia, tu hai ricevuto una telefonata dal Conte, ricordi?”

“Come dimenticarla! Piangeva come il mio primo fidanzato quando ha scoperto di non essere affatto il mio primo fidanzato… Certo poverino, come dargli torto: aveva passato l’intera serata a casa di quel suo amico psicotico.”

“Ma non era andato da Renato, scusa?”

“Proprio lui. Scusa, come definiresti uno che scodella tre figli in tre anni? Sano di mente non direi proprio…”

“Vabbé, andiamo oltre. A casa di Renato, il Conte si è reso conto che forse non era poi così vero che desiderava ardentemente un figlio, corretto?”

“Mi piace il simpatico giro di parole che hai usato. Parafrasando, gli sono bastate due ore in mezzo a quella marmaglia urlante per capire che, alla fine, lui è esattamente come me. Non c’è niente di male, basta sapersi accettare. “Piacere, io sono Carla e aborro i bambini”. Vedi come è semplice?”

“E quindi ti ha promesso che non avrebbe parlato mai più di figli”

“Esatto”

“Ma a te non bastava che te lo avesse promesso, giusto?”

“Mai fidarsi delle parole”

“E hai preteso una prova d’amore”

“Mi sembrava il minimo”

“Ecco… scusa mi vergogno un po’ a chiedertelo, ma non è che potresti dirmi di cosa si trattava? Sì, lo so che sono invadente e indiscreta, ma noi non abbiamo mai avuto segreti, no? Oddio, che imbarazzo…scusa ancora.. è che è da quella notte che ci penso e davvero non riesco a immagin..”

“Chetati e passami la boccia di giumenta, please. Anzitutto sul fatto che noi non abbiamo segreti, avrei qualcosina da ridire visto che stavi per riprodurti senza nemmeno avermi consultata. Secondo: che tu stia ancora pensando a questa cosa persa nello spazio e nel tempo, non depone propriamente a tuo favore. Comunque, davvero lo vuoi sapere?”

“Sì…Ti prego ti prego ti prego!”.

“Però mi prometti che dopo non mi farai il tuo solito pistolotto pedante e moralista?”

“Promesso”

“Va bene, voglio crederti. O forse no, ma tanto ormai sono sbronza e non me ne frega nulla. Quello che ho chiesto al Conte quella notte si può riassumere in una parola. Una parola che trabocca di romanticismo e che racchiude in sé tutto l’amore, la fiducia e la complicità che possono legare due persone.”

“Ma che meraviglia Carlona! E quale sarebbe questa magica parola?”

“V-A-S-E-C-T-O-M-I-A”

“Stai scherzando?”

“Affatto.”

“Cioè, tu davvero hai chiesto al Conte di farsi sterilizzare per dimostrarti il suo amore?”

“Beh, che c’è di strano? È molto più economico di un diamante, se proprio dobbiamo scendere nei dettagli. E poi è davvero per sempre.”

“Carla, io non ho parole. Ma come diamine ti è saltato in mente? E pure quel poveretto che ha accettato… No, ma tu non sei normale, altro che Renato…”

“Mamma mia, Giulia, sei davvero una boccalona!”

“In che senso?”

“Da non credere… È come rubare le caramelle a un bambino! Ma secondo te avrei mai potuto chiedergli una cosa simile? Per chi mi hai preso?!”

“Ma infatti mi sembrava strano che…”

“Ma infatti una fava, ci hai creduto eccome!”

“Ok ,va bene, ci ho creduto. Comunque io ti ho sentito chiaramente chiedergli una prova d’amore, per cui, se non era la vasectomia, cos’era?”

“Era semplicemente il rinnovo dei voti”

“Eh?!”

“Aveva giurato di non parlare mai più di figli? Bene, per mantenere salda la sua promessa, gli ho chiesto di trascorrere una domenica al mese a casa dello psicotico con relativa prole. E devo dire che per il momento sta funzionando alla grande. Non solo non ha più parlato di bambini, ma ho notato che da qualche tempo gli viene uno strano tic all’occhio sinistro tutte le volte che ne incontriamo uno per strada.”

“Ommioddio, l’hai trasformato in un cane di Pavlov! Sto cominciando a rimpiangere la vasectomia…”

“Uh, a proposito di Pavlov, è tardissimo! Devo andarlo a riprendere da Renato prima che il tic all’occhio degeneri in un’emiparesi”.

“Ma oggi non è domenica!”

“No, ma è periodo di feste e i bambini sono tutti a casa. E sono veramente al loro apice di insopportabilità. L’ho lasciato con loro per due giorni di fila, così per l’anno nuovo posso stare tranquilla che non ci saranno ricadute di paternità… Ah, a proposito di marmocchi, ho portato un presente per il vostro nano”.

“Veramente?!”

“Ti ho stupita, eh? Vedi che in fondo in fondo, un po’ natalizia lo sono anch’io? Forza, apri il pacchetto!”

“Cavolo Carlona, sono quasi commossa…”

“Poche smancerie e apri st’affare”

Regalo Carlona

“Non è un amore? Questo glielo dovete mettere al cenone di Capodanno. Vi piazzate tutti intorno a lui e io vi faccio una bella foto!”

“È bellissimo Carla… Davvero… Solo che, come sai, io con l’inglese ho qualche problemino. Cosa c’è scritto?”

“Beh, allora io vado, baciami la bionda e ci vediamo da voi il 31!”

“No aspetta, dimmi che c’è scritto!”

“C’è scritto “Buon anno a tutti””

“Come “buon anno”? Ma “buon anno” non si dice “eppi niu iar”? E poi perché c’è un punto interrogativo? Carlona? Carlona torna indietro! Che c’è scritto veramente sul bavaglino? Carlona fermati! Carlonaaaaaaaaaa!!!!”

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32. Corsi e ricorsi

Mi rendo conto che è passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ci siamo visti su questo blog, per cui: dove eravamo rimasti?
Dunque, io ero nel pieno del quarto mese di gravidanza, costretta all’immobilità quasi assoluta a causa di un’intensa attività contrattile nanesca, e la smemorata di Collegno – alias la vicina di casa signora Lucia – assieme alla neo-single Carlona, ne aveva approfittato per occupare impunemente casa nostra.
Ecco dov’eravamo rimasti.
Ma non ci resteremo a lungo, tranquilli.

Anzi, sapete che vi dico? Lasciamo la Carlona a sorseggiare sul nostro divano la ripugnante mistura verdastra che la signora Lucia le sta spacciando per uno Spritz e facciamo tutti un bel salto in avanti.
E andiamo nel momento in cui, esattamente un mese dopo, la dottoressa Giacinti ha sancito, tramite accurata visita – con tanto di inaugurazione di un nuovo ecografo fiammante – lo scampato pericolo.
Il nano stava benone, le contrazioni erano completamente cessate per cui la bionda poteva uscire dall’apnea e tornare a respirare. E io potevo finalmente riprendere la mia vita di sempre.
O almeno, quasi.
Nel senso che dalla vita di sempre andavano tolti i seguenti fattori:

  • affaticamento
  • sforzo fisico
  • stress
  • alimentazione disordinata
  • privazione del sonno

In una parola: il mio lavoro.
Era impossibile infatti riuscire a conciliare i diktat della Giacinti con qualsivoglia set di un film.

Inutile dirvi che proprio due giorni prima avevo ricevuto la proposta lavorativa della vita. Proprio lei, l’occasione attesa da anni, si era materializzata all’improvviso davanti ai miei occhi.
E davanti ai miei occhi si era ridotta a un cumulo di cenere sui versi del De Profundis recitato dalla dottoressa Giacinti.

Addio quindi film americano.
Addio regista americano con troupe americana, catering americano e, soprattutto, buste paga americane.
La realtà era che dovevo mettermi l’anima in pace: fino all’avvento dell’implume nanetto, a Wisteria Lane ci sarebbe stata una nuova casalinga disperata. Ovvero io.
Se, come mi aveva detto una volta un caro amico, “i bambini nascono con la pagnotta in mano”, il piccolo nano per rimettersi in pari sarebbe dovuto nascere direttamente fornaio.

Comunque, in tutto questo, una grande novità c’era.
Casalinga sì, disperata pure, ma almeno lo spiaggiamento divanesco era terminato e potevo tornare nel grande mondo là fuori.
Così, dopo più di un mese di reclusione domestica, sono finalmente uscita di casa.

Ed è stato allora che mi sono accorta che tutto era cambiato…

 

Luca Calderoni è riemerso all’improvviso da qualche segreto anfratto della mia memoria.
Sempre che si chiamasse davvero Luca.
Ma forse era Paolo. O Andrea. Chissà…
La realtà è che credo di non averlo mai sentito chiamare per nome.
Comunque, Calderoni era un mio compagno di liceo. O, per lo meno, divideva la classe con noi, ma nessuno lo calcolava. Né noi ragazzi, né gli insegnanti, che spesso e volentieri si dimenticavano addirittura di nominarlo durante l’appello.
Vorrei potervelo descrivere, ma anche concentrandomi intensamente, non riesco a mettere fuoco nulla che vada oltre a una sagoma indistinta.
Come e perché Calderoni si fosse ritrovato nei panni del ragazzo invisibile, non è dato saperlo. Probabilmente era timido e riservato, forse un po’ impacciato, fatto sta che le lunghe giornate scolastiche trascorrevano senza lasciare traccia alcuna della sua presenza.

Poi, di punto in bianco, successe qualcosa.

Qualcosa di misterioso e oscuro.
Una specie di virus si propagò prima nella nostra classe e, dopo poco, nel resto della scuola.
Era una strana malattia, che colpiva esclusivamente i soggetti maschi del biennio.
Una pandemia a rapidissimo contagio, il cui sintomo più evidente era quello di non potere più fare a meno di Calderoni.
I soggetti colpiti da calderonite aumentavano di giorno in giorno e, così, a tempo record, l’anonimo Luca, o forse Paolo, ma chissà Andrea, divenne il ragazzo più popolare della scuola.
Tutti parlavano con lui, tutti parlavano di lui. E, soprattutto, tutti volevano andare a casa sua.
E noi ragazze formulavamo ipotesi e teorie su cosa di così straordinario potesse esserci in quella casa.
Una televisione ultimo modello?
Un impianto stereo hi-fi col dolby surround?
Le più smaliziate avevano anche azzardato una piantagione casalinga di cannabis, ma la realtà è che nessuna di noi andò mai lontanamente vicino a quella che scoprimmo poi essere la vera ragione di questa incredibile epidemia.

La casa di Calderoni era diventata un porto di mare perché vi aveva attraccato una nave scuola.
E questa nave scuola aveva un nome.
Marilyn.

Marilyn era una giovane donna di poche parole ma di grande cuore, pronta a mettere la propria esperienza a servizio di giovincelli in età puberale. Sempre allegra e disponibile, riusciva a mettere a proprio agio anche il ragazzo più inibito e timoroso. E grazie alle sue innegabili doti di calma e serenità, era in grado di concedersi per interi pomeriggi a frotte di inesperti adolescenti.
Calderoni aveva dato fondo a tutti i suoi risparmi per poter avere Marilyn con sé e lei non lo aveva deluso.
La triste epoca dell’invisibilità era finita.
Adesso quando entrava a scuola era accolto come un Dio, i compagni facevano a gara per sedersi vicino a lui ed elemosinare un tête-à-tête pomeridiano con la sua prodiga amica.
Persino le ragazze, piano piano, avevano cominciato a nutrire un insospettabile interesse per quello che era diventato il ragazzo più ricercato del momento.

Ecco, quando dopo più di un mese di reclusione forzata, io e il piccolo nano uscimmo a riveder le stelle, ho finalmente capito cosa avesse provato Calderoni ai tempi di Marilyn.

Erano ormai otto anni che io vivevo nel quartiere e finora, a parte il meccanico Bruno e qualche vicino di casa, nessuno, e sottolineo nessuno, mi aveva mai filato di pezza.
Né la barista.
Né il fruttivendolo.
Né la signora della lavanderia.
Né l’edicolante.
Né la cassiera del supermercato in fondo alla strada.
E nemmeno l’antesignano delle sentinelle in piedi, ovvero l’anziano che regolarmente stazionava sul marciapiede davanti a casa nostra, immerso nella lettura del suo libro.

Otto anni di interazione quasi quotidiana con queste persone.
Otto anni di caffè, frutta e verdura, vestiti da lavare, giornali e riviste, ingenti acquisti di generi alimentari e, soprattutto educati “buongiorno” rivolti ogni mattina al lettore solitario.
Otto anni letteralmente buttati nel cesso.

“Signora ‘sto caffè lo vuole macchiato?”
No, santiddio, non lo voglio macchiato. Non l’ho mai voluto macchiato. E sai perché, Roberto il barista? Perché sono intollerante al latte, esattamente come lo ero ieri, ieri l’altro e tutti gli altri dannati giorni, da otto anni a questa parte, in cui mi hai chiesto se volevo il caffè macchiato.

“Le metto in busta un po’ di prezzemolo?”
Ecco, se c’è una cosa che detesto con tutte le mie forze è il prezzemolo. Ma tu dovresti saperlo, caro il mio Aziz, visto che te l’avrò ripetuto quanto? Cento, duecento, tremila volte? Dai, forza, mettilo ‘sto rametto nella busta, tanto non mi stai ascoltando nemmeno questa volta.

“Signorina che nome meto per ritiro di piumone?”
Non so, Petronela, cosa vogliamo mettere? Francesca? Serena? Anzi, guarda, metti Rebecca che è un nome che mi è sempre garbato parecchio. Certo, io sarei sempre Giulia, quella che si chiama come tua figlia, ricordi? Me lo dici ogni singola volta, puntuale come un orologio.
“Metta pure “Giulia””
“Ma sa che lei ha stesso nome de mia filia!”
Che vi avevo detto?

“A signò, desidera?”
Desidera?! Ehilà, sveglia Gianni, sono sempre io, quella che ogni mattina ti compra La Repubblica. Capisco che sia un giornale poco caratterizzante e piuttosto generalista, ma allora perché quando passa il signor Ambrosetti hai già pronti in mano per lui il Corriere della Sera e la Gazzetta dello Sport? Sì, l’Ambrosetti, quello che continui a chiamare “dottò” e che non è dottore manco per niente. E, soprattutto, che si è trasferito nel quartiere da meno di due mesi. Devo aggiungere altro?

“Signora la tessera del supermercato ce l’ha?”
Sì Rosetta, la tessera ce l’ho. Ce l’ho dal primo giorno che ho messo piede qui dentro. Ce l’ho perché tu – sì, proprio tu – me l’hai fatta. E in quell’occasione, mi hai anche raccontato della tua memoria fotografica, ricordi? Quella grazie alla quale non dimentichi mai un volto. Ecco, poi magari un giorno affronteremo insieme quest’argomento…

“Buongiorno e buona lettura!”
Silenzio totale. Sguardo fisso al libro. Nessuna reazione.
Ma sì, non rispondermi mai, vecchio screanzato. Continua a stazionarmi davanti casa, costringendomi a circumnavigarti per raggiungere il mio motorino. Pensi che non mi sia accorta che sono anni che stai leggendo lo stesso libro? Sai una cosa, un giorno di questi ti racconto il finale, così, a sfregio. Almeno per insultarmi dovrai guardarmi, o no?

Bene. Questo è quello che era sempre successo.
Nessuno che si ricordasse di me, nessuno che lasciasse in alcun modo intendere di avermi già visto in precedenza, nessuno che conoscesse il mio nome.
E adesso guardate un po’ che differenza.

“Eccola! Subito un bel caffè d’orzo in tazza grande per Giulietta nostra”

“Non posso dare prezzemolo perché tu non potere mangiare prezzemolo in tua situazione. Però basilico vuoi? Basilico buono molto per digestione”

“Senti nì, ascolta a Gianni tuo. Non te pijà er giornale oggi, che ce stanno solo disgrazie e nun te fa bene legge ‘ste cose. Guarda, te dò “Vanity Fair” che ce sta in copertina Lady Diana. Tanto è già morta, per cui troppo triste nun po’ esse, no?”

“Folio per ritiro no serve, Iulia. Domani pasa che trovi tuto pronto. Anzi, se vuoi porto io tuto a tua casa, così no te affatighi, eh?”.

“Ma che stai a fa’ la fila? Forza, fatela passare avanti! Ecco, bravi… Ehi ma lo sai che questa settimana con la tessera ce stanno gli sconti sui pannolini? Fatte ‘na bella scorta che quelli non basteno mai!”

E non è finita.
Sentite qua il lettore solitario che, dopo otto interminabili anni, ha finalmente alzato lo sguardo su di me e, udite udite, mi sta addirittura sorridendo:

“Buongiorno a lei, signora. Le auguro una luminosa mattina e un sereno pomeriggio”.

Incredibile, vero?
E tutto questo stava succedendo grazie a lui.
Al piccolo e implume nanetto, che aveva deciso che era giunta l’ora di cominciare a protendersi verso il mondo e così, nel giro di un mese, mi aveva dotato di panzetta tondeggiante d’ordinanza.

Insomma, ero diventata una donna visibilmente incinta.
E questo aveva cambiato gli equilibri del mondo.
O, per lo meno, quelli del mio.

Di colpo tutti i negozianti del quartiere sapevano chi ero.
Non solo: ovunque andassi, era tutto un “prego, passi prima lei”, “vuole mettersi seduta?”, “le do una mano con quelle buste?” e via dicendo.
Quella che per Calderoni era stata un’epidemia circoscritta all’ambiente scolastico, nel mio caso, invece, pareva non conoscere confini.
Ma c’era un piccolo particolare da non trascurare.
Io non ero Calderoni.
A differenza sua, quest’esplosione di popolarità non l’avevo né cercata né tantomeno voluta.
E, soprattutto, non vedevo l’ora che terminasse.

Sì, perché va bene che i negozianti finalmente ti riconoscano e smettano di trattarti ogni volta come un perfetto estraneo.
Va bene anche che nonno Ugo piazzato davanti al cancello, si renda conto che rispondere cortesemente a un saluto mattutino non sia poi la fine del mondo.
Ma vogliamo parlare del resto?
Bene, parliamone.

I PRANOTERAPEUTI: ovvero una sequela di emeriti sconosciuti colpiti da un insopprimibile bisogno di imporre le mani sul nanesco panciotto, pare per questioni scaramantiche.  Arrivano, toccano e spariscono.

I TIRATORI SCELTI: persone che, secondo logiche conosciute solo a loro, tirano a indovinare il sesso del nascituro. Questo indipendentemente dal fatto che la portatrice sana di pancia lì presente, gli abbia fatto notare di saperlo già. Hanno metodi arcani, tramandati da generazioni o letti casualmente quel giorno su internet, per stabilire se l’abitante della rotondità che hanno di fronte sia una “femminuccia” o un “maschietto”. Quindi, perché perdere tempo a fare noiose e costose ecografie, quando ad ogni angolo di strada è a vostra disposizione un tiratore?

  • Pancia a palla: maschio
  • Pancia a cocomero: femmina.
  • Non capisci la differenza tra palla e cocomero? : maschio.
  • Voglia di formaggio: maschio.
  • Voglia di sottaceti: femmina
  • Piedi freddi: maschio
  • Riflessi rossi sui capelli: femmina.
  • Mani secche: maschio.
  • Seno sinistro più grande del destro: femmina.

Vi dico soltanto che, seguendo le preziose indicazioni di questi esimi figuri, il piccolo nano risultava essere chiaramente un transgender.

BENEDICENTI SERIALI: questa è una categoria alquanto peculiare, auto-insignitesi del ruolo di tramite con l’Altissimo. I benedicenti individuano la donna gravida, la raggiungono con passo felpato, illuminano la scena con una luce mistica e si profondono in coreografici segni apotropaici volti a glorificare il Santo Pancione e il suo Celeste Contenuto. Tendono a continuare a benedire a distanza, anche quando la donna gravida si è allontanata di svariate centinaia di metri.

I SADICI CATASTROFISTI: loro sono i più pericolosi di tutti. Sono capaci di fiutare una donna incinta nel raggio di chilometri e, individuata la preda, le planano addosso come avvoltoi.  Partono sempre in modo amichevole e bonario, ma ben presto rivelano i loro reali intenti. Ovvero, terrorizzare e annichilire l’ignara gestante con i racconti delle esperienze traumatiche che hanno vissuto con i loro figli. Gravidanze a rischio, parti sanguinari, neonati indemoniati, vita di coppia distrutta, e tutto il repertorio di coliche, emorroidi a grappolo, dermatiti, notti insonni, rigurgiti a spruzzo e altre simpatiche amenità. Concludono sempre la loro performance con un sorriso luciferino stampato in volto e la frase di rito:  “Comunque i figli sono sempre la cosa più bella della vita”. Dopo di che si dissolvono in una nuvola di zolfo.

All’elenco ne andrebbero inseriti molti altri, dagli “Informatori Medici” ai “Nutrizionisti compulsivi”, ma il punto è che questo fatto di avere un occhio di bue perennemente puntato addosso, diciamo che non faceva proprio per me.
E di nuovo avevo ripensato a Calderoni.
Già, perché il suo periodo di fama e popolarità liceale, non aveva avuto lunga vita.

Un tragico giorno, infatti, Marilyn sparì.

La leggenda narra che venne irrimediabilmente distrutta dall’incontro pomeridiano con tale Ariele Senesi, un ragazzo della terza E, soprannominato “il cobra”.
Ma pare che la vera storia della fine di Marilyn fosse ben altra.
La sorellina quattrenne di Calderoni aveva scovato Marilyn nell’armadio del fratello e l’aveva posizionata insieme a pupazzi e bambole nella sua cameretta per l’ora del tè.
E qui l’avevano trovata i genitori di Calderoni: una bambola gonfiabile ad altezza naturale che sorbiva dalla bocca spalancata il finto tè offertole dalla loro ignara e innocente figlioletta.
Al di là di cosa fosse davvero successo alla povera Marilyn, resta il fatto che con la sua scomparsa, scomparve anche Calderoni.
Da un giorno all’altro tutti smisero di cercarlo e Calderoni precipitò giù dall’Olimpo per tornare nella nebbiosa terra di invisibilandia, ove rimase stanziale per i successivi due anni di liceo.
Fin quando, all’inizio del terzo anno, semplicemente non si presentò in classe. Ci mettemmo due mesi per accorgerci che Calderoni aveva lasciato la scuola.
E, a tutt’oggi, nessuno sa che fine abbia fatto.

In fondo, quindi, non mi restava che aspettare che il piccolo nano venisse al mondo perché tutte le attenzioni di cui ero all’improvviso circondata, lasciassero il posto al caro vecchio oblio.
Ancora pochi mesi e sarei tornata nel mio rassicurante anonimato – un’anonima donna con anonimo passeggino – a sentirmi offrire caffè macchiati, a rifiutare prezzemoli, a fare la fila al supermercato e, soprattutto, a elemosinare il saluto mattutino del vecchio Scrooge.
Ma quei pochi mesi di colpo mi sembravano un’eternità.
La verità è che avevo bisogno di una tregua. Necessitavo con urgenza un luogo dove sentirmi protetta da toccatine, commenti, benedizioni e tutto il resto.
E qual era l’unico posto al mondo dove nessuno avrebbe notato una donna incinta?
Semplice.
Un corso pre-parto.

In men che non si dica, ho trovato il depliant del corso pre-parto perfetto per me e per il giovane nano. Gestito da una psicologa, con la collaborazione di – nell’ordine – una neonatologa, una nutrizionista, un’ostetrica e pure un’insegnante di yoga.
Una squadra d’eccellenza, insomma, pronta a elargire il proprio neonatesco sapere ad una folta schiera di gestanti come me, il tutto in dieci imperdibili lezioni.

Ora non restava che telefonare per prenotarsi, e finalmente avrei avuto a disposizione – per ben due volte a settimana – un posto dove trovare riparo dalle attenzioni del mondo.

“Pronto?”

“Sì, salve, buongiorno, mi chiamo Giulia e vorrei iscrivermi al vostro corso pre-parto.”

“Benissimo Giulia! Cominciamo la prossima settimana e la prima lezione è aperta anche ai papà”.

“Fantastico, quindi può venire la mia compagna”

“Scusami, non ho capito bene…”

“No, dicevo, visto che noi siamo due mamme, può venire anche la mia compagna alla prima lezione”.

“Ah, quindi siete due. Anche la tua amica è iscritta al corso?”

“Mi sa che non ci siamo capiti, non è una mia amica, è la mia compagna, l’altra mamma del nano”.

“Ecco, sì, forse mi sfugge qualcosa… Quindi anche l’altra signora è incinta?”

Ok, forse ero in linea con la nutrizionista. O, chissà, con l’insegnante di yoga. Meglio parlare con la psicologa: lei, da brava professionista, avrebbe capito al volo la situazione e mi avrebbe evitato di continuare questa telefonata delirante.

“Senta, non è che può cortesemente passarmi la dottoressa Martelli?”

No. Non poteva passarmela. Perché la dottoressa Martelli, regolarmente iscritta all’albo degli psicologi della Regione Lazio, era lei.

Così è iniziato il mio surreale viaggio nel mondo dei corsi pre-parto.
Dimenticate il corso perfetto, la squadra d’eccellenza e la folta schiera di gestanti.
Delle dieci imperdibili lezioni, io e il piccolo nano arrivammo sì e no alla quarta.
Ma questo ve lo racconto la prossima volta…

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31. Home Visit

Dunque, eravamo rimasti a quelle che avevano tutta l’aria di essere contrazioni.
E che alla fine, pensate un po’, erano contrazioni davvero. Nonostante la dottoressa Giacinti si ostinasse a non crederlo.
Già, perché l’esito di quella telefonata in cui le avevo fornito un quadro chiaro ed esaustivo della situazione (riassumibile nell’avere tutto il set di coltelli Miracle Blade nella pancia) era stato un laconico “Vabbè, vieni qui a studio che diamo un’occhiata”. Preceduto dalla discutibile domanda: “Ma non è che hai mangiato pesante ieri sera?”.

Non si fidava, la cara Giacinti. Pensava che io appartenessi a quel nutrito manipolo di gestanti che andava in allarme al minimo formicolio. Peraltro sbagliando clamorosamente persona, perché se c’era qualcuno in famiglia incline all’ansia immotivata e al panico arbitrario, questa era la bionda. Infatti, come volevasi dimostrare, quando l’ho chiamata al lavoro per dirle di tornare perché dovevamo fare “un controllino al volo dalla Giacinti”, è andata completamente in tilt. Ha cominciato a sproloquiare di ambulanze, elisoccorso ed équipe di rianimatori, e quando finalmente è arrivata sotto casa, poco c’è mancato che dovessi mettermi alla guida io, per quanto era agitata.
Ora posso dirvi con serenità che quelle contrazioni che continuavano a lacerarmi il ventre senza pietà, sono state nulla confronto al viaggio in auto per raggiungere lo studio della Giacinti. La bionda sembrava indemoniata. Ha suonato e inveito contro chiunque, ha sbagliato strada tre volte e, come se non bastasse, ogni due secondi e mezzo si girava verso di me per controllare se stessi bene. Il che ha significato una media di qualcosa come 382 incidenti sfiorati.
Il tutto mentre io mantenevo un imperturbabile sorriso da manichino, per non offrire alcun appiglio alla belva della preoccupazione che si era chiaramente impossessata di lei.

Comunque alla fine ce l’abbiamo fatta. Siamo entrate nello studio medico e, non appena la segretaria della Giacinti ci ha visto, si è subito fiondata sulla terrea bionda, invitandola a sedersi e a bere un po’ di acqua e zucchero. E ignorando platealmente me, forse anche per via del sorriso pietrificato che ancora portavo in volto.
È finita che, mentre la solerte segretaria misurava la pressione alla bionda e le tergeva il sudore gelato con una pezzetta, la Giacinti mi ha trascinato nel suo studio per controllare la situazione.
Non ha nemmeno dovuto usare l’ecografo per rendersi conto che effettivamente c’era qualcosa che non andava. Le è bastato toccarmi la pancia, che sembrava uscita direttamente dagli europei di body building: scolpita nel marmo.
Vabbé, magari proprio scolpita no, però posso assicurarvi che il marmo c’era tutto.
L’ecografia le ha poi dato conferma di ciò che io già sapevo.

“Eh, sono contrazioni davvero! E come mai questa cosa?”

“Nel senso che lo sta chiedendo a me?”

“No Giulia. Era così, per dire.”

E per dire sarebbe rimasto, visto che non c’era alcuna causa visibile per quanto stava accadendo. Una cosa però era certa: la misteriosa quanto immotivata attività contrattile, metteva a rischio l’implume nanetto, per cui bisognava subito correre ai ripari.
Detto, fatto. La Giacinti mi ha prescritto seduta stante due settimane d’immobilità totale.
E alla bionda un blando ansiolitico e una piccola cura ricostituente.

Così è iniziato il mio calvario.
Chi mi conosce sa che non riesco a stare ferma per più di due minuti, per cui capirete che l’idea di una stasi quindicinale mi atterriva al pari di un raduno internazionale di ex della bionda.
A questo aggiungiamo lo stato di alterazione della succitata bionda che, nemmeno il tempo di rientrare in casa, e già si era messa a organizzare in soggiorno “l’antro di Giulia”, sommiamo il fatto che pressoché tutti i miei amici stessero lavorando o fossero in vacanza (dato che eravamo in estate inoltrata), e finiamo con la triste ammissione che io non sia capace di comunicare telefonicamente se non percorrendo svariati chilometri avanti e indietro nel corridoio.
In poche parole, ero spacciata.
Mi attendevano due settimane di noia abissale e di sindrome da criceto in gabbia.
Ma per il nostro piccolo nano, sarei anche rimasta nella posizione yoga del piccione reale fino al parto, se fosse stato necessario.
Mi sono dunque munita di santa pazienza e ho affrontato le mie prigioni con dignità e rassegnazione.

Durante la prima settimana ho letto qualcosa come venti libri e visto in tv tutto lo scibile di film e serie. Ho consumato sdraiata i pasti lasciatimi dalla mia amorevole bionda a bordo divano ogni mattina prima di uscire per andare al lavoro. Ho risposto alle dieci telefonate all’ora della sempre amorevole ma un tantino ossessiva bionda (ovviamente tutte di brevissima durata, per via di quel problema di deambulazione compulsiva cui vi accennavo poc’anzi). E ho dormito come un cane malato. Ecco, soprattutto questo.
Lunghe e ristoratrici dormite, durante le quali sognavo il nanetto che a sua volta faceva lunghe e ristoratrici dormite.
Poi mi svegliavo e tutto ricominciava.
Un ciclo continuo che però aveva effettivamente sortito l’effetto sperato. Ovvero nel giro di sette giorni le contrazioni si erano fatte sporadiche e quasi indolori.

Mi stavo quasi abituando a questa vita semplice e immobile, fatta di silenzio e solitudine. E anche la bionda si stava quasi abituando o, meglio, era stata costretta a farlo visto che le riprese del film al quale stava lavorando si erano spostate in una location in cui – purtroppo per lei – non c’era campo.
Ma ancora non sapevo che la mia quiete stava per terminare in modo definitivo.
Il destino aveva infatti in serbo per me un’amara sorpresa.
Anzi, a dirla tutta, ben più di una…

Ero ormai all’ottavo giorno di orizzontalità quando, mentre percorrevo l’unico tragitto concessomi – ovvero quello bagno-divano – ha suonato il campanello di casa. Non quello del portone fuori, proprio il campanello davanti alla porta.
Mi sono affacciata allo spioncino e l’ho vista.
Capelli cotonati, sguardo amabile e sorriso ingenuo.
Ho richiuso immediatamente lo spioncino, terrorizzata. Non era la prima volta che la signora Lucia suonava alla nostra porta. E tutte le volte che lo aveva fatto, era stato per un unico motivo: aveva scambiato casa nostra per casa sua.
Già, perché la signora Lucia, l’arzilla novantenne del secondo piano, soffriva di vuoti di memoria e capitava che, nonostante le mille accortezze della figlia, riuscisse a evadere dall’appartamento in cui era confinata e vagabondasse in giro per il quartiere. Poi, quando subentrava la stanchezza, rientrava a casa. Solo che regolarmente sbagliava piano e si presentava da noi.
Sapevo che aprire quella porta avrebbe implicato una gestione della peculiare signora Lucia fino al salvifico arrivo della figlia. Ma non avevo scelta. Non potevo certo lasciare un’anziana malata in balia di se stessa a quaranta gradi all’ombra.
Così ho aperto.
Ok, lo ammetto, me ne sono pentita un istante dopo. Lo so, è una cosa molto poco politically correct da dire, però cercate di capire la situazione. Avevo davanti un’altra settimana di stasi per mettere in salvo il nostro nanetto e la signora Lucia, nel giro di mezzo minuto, ha rischiato di distruggere tutto il lavoro faticosamente svolto.

“Oh, Anna! Cosa aspettavi ad aprire? Spostati un po’, che me la sto facendo sotto… ”

Note per una corretta interpretazione della signora Lucia:
1. Io da sempre sono Anna. Ovvero sua figlia. Non sto nemmeno a dirvi che io e questa Anna siamo quanto di più diverso possiate mai incontrare nella vita. Tralasciando il fatto che ha almeno vent’anni più di me, lei è la classica femminona, iper-curata e dall’abbigliamento impeccabile. E io… beh, diciamo che sono un po’ più la versione cartone animato. La bionda viene invece regolarmente scambiata per la nipotina diciottenne Giusi che vive “nelle Americhe”.
2. L’appartamento della signora Lucia, nel quale vivono anche la femminona Anna, è perfettamente identico al nostro. Per cui la signora Lucia si muove per casa esattamente come se fosse a casa sua.
3. La signora Lucia ha sporadici sprazzi di lucidità, durante i quali ricorda perfettamente ogni cosa. Persino che io non sono sua figlia. Peccato che siano di breve durata e che non lascino traccia alcuna nel prosieguo della conversazione.

Comunque, per prima cosa, la signora Lucia, mi ha assestato una secca gomitata nell’addome, per spostarmi e potersi dirigere con veloci passetti verso il bagno in fondo al corridoio. E qui, nell’ordine, ho sentito una violenta fitta alla pancia, ho maledetto la signora Lucia e, già che c’ero, pure la figlia che ancora non aveva murato la porta di casa, e mi sono trascinata sul divano, sperando che la contrazione si fermasse quanto prima.
Ho iniziato a parlare con il piccolo nano, per rassicurarlo e spiegargli che quel gomito ossuto che aveva sentito poco prima non era il mio, ma quello di una signor…

“Annaaaaa! È finita la carta!” ha urlato all’improvviso la signora Lucia dal bagno.

Ho sospirato dal mio giaciglio di dolore e le ho urlato di rimando.

“Signora Lucia, la carta igienica è alla sua destra, guardi meglio!”

Momento di silenzio. E subito dopo:

“Ma dov’è il mio asciugamano da bidé???”

E mo’ come glielo spiegavo che non c’era nessun “suo” asciugamano da bidet?
Ma non ho avuto nemmeno il tempo di formulare una risposta sensata, che la signora Lucia si è risposta da sola.

“Lascia stare, l’ho trovato!”

No signora Lucia, quello che hai trovato non può essere il tuo asciugamano da bidet. Perché è il mio.
O al massimo quello della bionda.
E in entrambi i casi, la faccenda è alquanto raccapricciante.

Era evidente che questa situazione non poteva continuare. Io avevo bisogno di pace e tranquillità e la signora Lucia aveva bisogno che sua figlia se la venisse a prendere. Possibilmente subito.
Per cui ho composto il numero di cellulare di Anna (numero da lei stessa lasciatoci ai tempi della prima fuga della madre) e ho atteso che si ripetesse il copione già vissuto almeno altre dieci volte. Ossia le scuse di Anna, la rassicurazione che nel giro di dieci minuti sarebbe arrivata e l’effettivo verificarsi dell’evento. Cosa finora sempre accaduta.
Finora, appunto.

“Salve, sono Anna, lasciate un messaggio dopo il bip”.

Ho chiuso la chiamata, in preda al panico. Cos’era, uno scherzo?
Ma dico io, Anna cara, la tua anziana madre se ne va a zonzo profanando asciugamani da bidet altrui, e tu, figlia degenere, hai la segreteria telefonica?! Devi solo che vergognarti, ecco cosa devi fare. E poi riattaccare quello stramaledetto telefono. Anzi, prima riattacca il telefono e poi vergognati liberamente.

Comunque, non essendoci alternative, ho rifatto il numero e ho parlato dopo il bip. Sperando che quella disgraziata di Anna ascoltasse il messaggio quanto prima.

Nel frattempo, la balda Lucia era uscita dal bagno e si era affacciata in sala. Con l’immancabile sorriso stampato in volto.

“Cara, non hai un bell’aspetto, sai? Ti vedo pallida…”

“Vede signora Lucia, è che sono incinta e in più ho qualche problemino di contrazioni e quindi…”

Ma la signora Lucia non mi ha lasciato finire. Mi si è scaraventata addosso, stringendomi in un abbraccio da boa constrictor.

“Ma che bella notizia!!! Perché non mi hai detto nulla? Potevi salire a dirmelo, no?”

Ecco, lo sprazzo di lucidità era arrivato. In questo preciso momento, la signora Lucia era perfettamente consapevole che io non ero la figlia, bensì la vicina di casa del piano di sotto. Succedeva così, all’improvviso. E altrettanto all’improvviso svaniva, senza che la signora si rendesse conto di nulla.
Infatti, un attimo dopo, si è staccata da me e mi ha guardato con sospetto.

“Non sarà pericoloso avere un bambino alla tua età?”

Evidentemente lo sprazzo era terminato ed io ero tornata ad essere la figlia Anna. Quella con almeno vent’anni più di me. Giusto, no? Beh, insomma era lampante. Cioè almeno lo sembrava…
Ok, urgeva una verifica.

“Signora Lucia, lei sa chi sono io?”

“Beh, ma che domande sono? Certo che lo so. Sei quella del piano di sotto”.

Bene.
La signora Lucia adesso aveva davvero i minuti contati.
Ero anche disposta a sorvolare – non senza fatica – sull’usurpazione dell’asciugamano da bidet – ma che la vecchia mi desse della vecchia non era in alcun modo accettabile.
Stavo dunque meditando una telefonata ai servizi sociali per risolvere il tutto, quando è suonato il campanello. E io mi sono immediatamente ricreduta sulla desaparecida figlia Anna. Non era poi così degenere come avevo pensato. Alla fine aveva tardato solo di qualche minuto. Certo, qualche minuto di troppo, ma in fondo cos’era di fronte all’inebriante prospettiva di avere l’inopportuna signora Lucia finalmente fuori di casa?
Adesso dovevo soltanto riuscire ad alzarmi dal divano, raggiungere la porta e aprirla. Ma la signora Lucia mi ha battuto sul tempo.

“Prego, entrate!”.

Ora, i casi erano due. O la signora Lucia stava dando del “voi” a sua figlia, il che, date le sue condizioni poteva anche starci; o Anna era venuta accompagnata.
L’esistenza di una terza ipotesi, ovvero che chi stava varcando la soglia di casa nostra non fosse affatto la tanto attesa Anna, non l’avevo nemmeno presa in considerazione.
E, ovviamente, avevo sbagliato.

“Signora, lei è cosciente che la fine del mondo è vicina?”

No. Vi prego no. Non loro. Non qui. Non adesso.

“Ma davvero? Che brutta cosa… Mi dica un po’!”

Grazie, signora Lucia.
Grazie di cuore.
Grazie per aver fatto entrare Miss “Torre di Guardia” e Madame “Svegliatevi!” e averle fatte accomodare al tavolo qui davanti a me. Adesso che altro vuol fare, preparare loro un caffè?

“Gradite un caffè?”

“No, per l’amore di Dio, non si avvicini alla macchina del gas!”.

E qui finalmente le due Testimoni Di Geova si sono accorte della mia spiaggiata presenza sul divano alle loro spalle.

“Hai ragione cara…” mi ha detto con tono amabile la signora Lucia.

Poi si è rivolta alle Testimoni con aria complice.

“È mia figlia… Sapete, è incinta. E alle donne incinte il caffè non fa per niente bene! Allora, spiegatemi un po’ questa cosa della fine del mondo.”

Sono seguiti trentadue minuti di monologo ininterrotto.
Millenovecentoventi secondi della mia esistenza inghiottiti nel buco nero del delirio mistico delle due pie ospiti. Il tutto accompagnato da un interesse sempre crescente della signora Lucia per l’argomento, cosa che ha infervorato a tal punto le due testimoni, che a un certo punto ho temuto seriamente che azzardassero un battesimo della suddetta Lucia nella nostra vasca da bagno.
E intanto io continuavo a giacere inerme e scoraggiata sul divano. I due blandi tentativi di alzarmi che avevo fatto, erano risultati entrambi un fallimento: il nanetto dabbasso si era dimostrato palesemente contrariato e contratto e non potevo dargli torto, vista la situazione in cui ci stavamo trovando.
Al minuto quarantatre ho quindi deciso che era arrivato il momento di mettere in pratica il punto numero 5 del mio nuovo ciclo vitale. Cullata dalla voce di Miss “Torre di Guardia” che, con tono mellifluo, stava istruendo la signora Lucia su come proteggerci dai malvagi disegni di Satana, mi sono abbandonata a un sonno provvidenziale dal quale sarei riemersa soltanto un’ora più tardi.

Quando mi sono risvegliata, nella nostra sala era in corso un’animata conversazione. Le due testimoni avevano perso i toni dolci e zuccherosi di prima, per sfoderare due vocette acute e pungenti:

“Ma lei non può assolutamente dire questa cosa!” ha detto Miss “Torre di Guardia”

“Che poi la vostra non è nemmeno una religione. È una specie di setta!” ha aggiunto Madame “Svegliatevi!”.

Ho sorriso tra me, ancora con gli occhi chiusi, pensando che la signora Lucia ne avesse combinata una delle sue. Chissà di quale religione si era professata adepta…
Poi ho sentito la voce di un uomo.
Calma, pacata, ragionevole. Un po’ lisergica, per la verità.

“Signore, torno a ripetervi che sotto molti aspetti la vita del vostro Gesù è paragonabile a quella del nostro Krishna…”

Ho aperto lentamente gli occhi. Era lì, seduto al tavolo con le due testimoni e la signora Lucia. Tunica arancione, aria serafica e copia del “Bhagavad-gita” in mano.
Non avrei mai saputo cosa ci facesse un Hare Krishna in casa nostra perché, mentre il dibattito teologico proseguiva con toni sempre più concitati (da parte delle testimoni, ovviamente – l’arancione invece continuava a sembrare sotto una dose massiccia di Lexotan), è suonato un’altra volta il campanello.

A questo punto, oltre quella porta mi aspettavo chiunque. Certo avrebbe potuto anche essere l’agognata figlia Anna. Ma, visto l’andazzo della giornata, l’ipotesi più papabile era che ci fosse il mio acerrimo nemico Don Fulvio – alias il rimorchiatore solitario – attorniato da un brulicante nugolo di suore scalze e baffute.
Per cui quando la signora Lucia è partita con uno scatto da centometrista diretta verso la porta, le ho afferrato al volo il vestito e l’ho brutalmente bloccata.
Lei non ha fatto una piega. Si è girata verso di me e mi ha rivolto uno dei suoi bonari sorrisi.

“Dimmi cara? Hai bisogno di qualcosa?”

“Signora Lucia. Mi ascolti bene perché è importante. Prima di aprire quella porta, la supplico, la scongiuro, chieda chi è e controlli dallo spioncino”.

La Lucia mi ha guardato come se fossi un marziano.

“Certo che guardo chi è! Mica faccio entrare chiunque. Di questi tempi, poi!”

“Ecco, quello che dice è molto saggio. Ma non del tutto vero, non so se mi spiego…”

Ho fatto cenno con la testa verso il mistico terzetto di sconosciuti, ma la signora Lucia non ha colto. Comunque sembrava lucida e questa era già una buona cosa.

“Allora vado, eh?” ha concluso togliendo di scatto la mia mano dal suo vestito.

Ed è andata.
A questo punto vorrei spezzare una lancia in favore della signora Lucia. Perché effettivamente ha chiesto “chi è” e ha guardato dallo spioncino. Purtroppo, però, le mie istruzioni si fermavano qui. E così, dopo aver domandato e in contemporanea guardato, senza attendere una risposta, la signora ha aperto la porta.

“Salve…ehm… buon pomeriggio…Ma il cane è legato?”

Non ho avuto nemmeno bisogno di guardare a chi appartenesse quella voce timida e titubante.
Quel misterioso riferimento al cane non lasciava alcun dubbio.
Era Guido.
Meglio noto come “il ragazzo di Lotta Comunista”.

Erano anni che lo zelante Guido una volta a settimana suonava alla nostra porta per venderci il suo giornale.
Ed erano anni che la zelante Giulia gli impediva l’accesso millantando la presenza in casa di un dogo argentino di dimensioni ciclopiche e di violenza inaudita.
E adesso, grazie alla signora Lucia, tutto il mio duro lavoro di dissuasione era stato vanificato e il ragazzo di Lotta Comunista gongolava nel nostro ingresso come un bambino dentro a un marshmallow gigante.

Ero perfettamente conscia del fatto che questa situazione andasse risolta quanto prima, ma ero anche nel bel mezzo di una crisi d’incontinenza, per cui per prima cosa dovevo raggiungere il bagno. Muovendomi con accortezza e circospezione (ovvero arrancando lungo le pareti), sono riuscita a guadagnare il water e da lì, in silenzio e solitudine, ho cercato di elaborare un discorso semplice e diretto che mi permettesse di liberarmi quell’assurdo crogiolo umano che occupava impunemente il mio soggiorno. Il tutto mantenendo il garbo e l’educazione che mi contraddistinguono.
Insomma, qualcosa del tipo: “Bene, signori cari, è stato un piacere accogliervi nella nostra magione ma adesso, gentilmente, dovreste alzare i vostri deretani ed eclissarvi dalla mia vista. Grazie a tutti e a mai più rivederci”.
Certo, mi sarebbe rimasta comunque sul groppone la signora Lucia, ma a lei avrei pensato in un secondo momento.
A lei e a quella sciagurata di sua figlia Anna.

Ma le cose non sono propriamente andate così…

Il fatto è questo. Quando sono rientrata in soggiorno, con il mio bravo carico di propositi di sgombero, era ormai troppo tardi.
I miei sgraditi ospiti erano nel pieno di un vivace dibattito. Li ho osservati per un po’ mentre interloquivano l’un con l’altro e, di colpo, ho realizzato che mai nella vita mi si sarebbe ripresentata un’occasione come questa.
No, dico, ma ci pensate? Due testimoni di Geova, un Hare Krishna, un comunista vecchio stampo e una signora affetta da indiscutibili sintomi di demenza senile, che discutono tutti insieme dell’annosa questione “passaggio a miglior vita?”
Altro che film, serie tv e narrativa contemporanea: questo sì che era vero intrattenimento!
Per cui mi sono nuovamente adagiata sul mio fedele divano e ho iniziato a godermi lo spettacolo.

Dunque, le posizioni erano le seguenti:

– Guido, il ragazzo di lotta comunista, aveva aperto la partita negando fermamente l’esistenza di ogni tipo di vita ultraterrena. La morte era la fine di tutto e l’anima era un’invenzione delle religioni oppio dei popoli.

– L’Hare Krishna (del quale, oltre a non sapere come fosse entrato, non avrei nemmeno mai saputo il nome) aveva rilanciato con la reincarnazione e aumentato la posta con i vari gradi di purificazione dell’anima.

– Le testimoni a questo punto avevano scoperto le loro carte: solo a 144.000 unti – non uno di più, non uno di meno – sarebbe stata concessa la reincarnazione nel regno dei Cieli mentre per tutti coloro che non erano soci del club Geova, era prevista una democratica polverizzazione con annessa estinzione eterna.

– La signora Lucia, invece, era chiaramente in aria di bluff, e millantava un posto in paradiso per tutti, a patto che non sacramentassero contro lo Spirito Santo, perché da lì, le dispiaceva molto dircelo, ma non c’era ritorno. Poi che tu fossi un serial killer o un trafficante di organi, alla signora Lucia non importava. Ma se le toccavi lo Spirito Santo, era satanasso eterno.

Queste erano state le premesse. Poi da qui, i toni si erano accesi, l’atmosfera si era infiammata e i partecipanti al mio personale Sinodo avevano iniziato a sbraitarsi contro come belve feroci. Persino il placido Hare Krishna aveva perso il suo aplomb lisergico per rivelarsi, a sorpresa, il più agguerrito del gruppo.
Ho cercato di intervenire più volte, nel tentativo di sedarli o, perlomeno, di riportarli a una conversazione civile, ma inutilmente. La triste realtà è che nessuno mi ascoltava. Nemmeno la signora Lucia, che al momento era in preda a una furia cieca nei confronti delle due testimoni, a causa della sconvolgente scoperta che i seguaci di Geova non riconoscevano il suo amato Spirito Santo come parte della Santissima Trinità.

É stato nel mentre di questa colorita litigata collettiva, che ho sentito un chiaro armeggiare metallico provenire dall’ingresso e, dopo qualche istante, l’inequivocabile suono di una chiave che girava nella toppa.
Ok. L’importante era non farsi prendere dal panico. La bionda era rientrata in anticipo, sicuramente per farmi una sorpresa. E invece la sorpresa l’avrebbe trovata lei. Anzi, ben cinque sorprese urlanti per le quali io avrei dovuto fornire eloquente e convincente spiegazione. Possibilmente qualcosa che andasse un poco oltre il dare tutta la colpa alla signora Lucia.
Stavo quindi cercando di collegare tutte le mie sinapsi per partorire una versione della faccenda che giustificasse in qualche modo la presenza di questo manipolo di estranei dentro casa nostra, quando si è affacciata nel soggiorno.
Solo che non era per niente la bionda.
Era la Carlona.

Mi ero dimenticata che quando era iniziato il mio periodo orizzontale, per maggiore sicurezza le avevamo consegnato un mazzo di chiavi di casa. E adesso la Carlona aveva deciso di usarlo.
Nessuno degli astanti si è minimamente accorto dell’entrata in scena della mia giunonica amica, tanto erano presi dalla discussione. La Carlona li ha osservati con esibito astio per qualche istante, poi è venuta dritta da me.

“Si può sapere cos’è ‘sto Circo Barnum?” ha detto a voce volutamente alta.

“É una lunga storia… Ma perché non mi hai avvisato che venivi?”

“É una lunga storia anche questa. Magari se fai sparire i cinque dell’Ave Maria ne parliamo pure, eh?”

“Ci ho provato, ma non mi ascolta nessuno…”

“Allora adesso facciamo che ci provo io, ok?”

E l’ha fatto.
Nel senso che non solo ci ha provato, ma ci è anche riuscita. E il tutto in una manciata di secondi.
Si è avvicinata al litigioso gruppetto, ha sbattuto due volte le sue manone sul tavolo per ottenere la loro attenzione, dopodiché ha parlato.
E qualche istante dopo, come per magia, tutti quanti andavano d’amore e d’accordo. E, in questo nuovo incredibile idillio, finalmente lasciavano la nostra magione per non farvi mai più ritorno.
Vi starete chiedendo cosa può aver mai detto la Carlona per ottenere un siffatto stupefacente risultato.
Semplice.
Gli ha detto che io ero omosessuale e che aspettavo un figlio con la mia compagna. Ovvero che, in poche parole, tutti loro in quel momento si trovavano nell’anticamera dell’Inferno.
Le testimoni di Geova e l’Hare Krishna sono stati i primi ad alzarsi, mentre il giovane Comunista viveva palesemente una lotta intestina per capire quale fosse la reazione consona da avere di fronte alla notizia. Non trovandola, gliel’ha suggerita la Carlona:

“Forza, fuori pure tu, che all’epoca i gay li mandavate nei gulag”.

La signora Lucia, invece, si era alzata per puro spirito imitativo ma, a differenza degli altri, non si era incamminata verso la porta d’uscita. Ho pensato che fosse cosa buona e saggia offrirle un piccolo aiuto.

“Signora Lucia, guardi che per la sua religione l’omosessualità è abominio…”.

La signora Lucia mi ha guardato dubbiosa.

“Ma lo Spirito Santo c’entra qualcosa?”

A questo punto la dubbiosa ero io.

“A dire il vero non saprei…”

Lucia mi ha rivolto un largo sorriso e ha scosso placidamente la testa.

“No, secondo me non c’entra”.

E si è risieduta al suo posto.

Così alla fine siamo rimaste soltanto io, la Carlona e l’irremovibile Lucia. Il che era comunque un ottimo risultato, rispetto all’ingestibile caos di qualche minuto prima.
Non potevo immaginare che il vero caos stesse per iniziare in tre, due, uno…

“Ho lasciato il Conte”.

Stupore.
Sgomento.
Ma soprattutto, panico.
Già perché solo allora mi sono accorta che la Carlona non era venuta da sola ma accompagnata da un voluminoso trolley, posizionato davanti alla porta d’ingresso.
E questo poteva significare soltanto una terrificante cosa…

“Ovvio che devo stare da voi, dove vuoi che vada? Certo non torno a casa da quello lì!”

Qua l’unica cosa davvero ovvia, era che la Carlona non poteva assolutamente rimanere a casa nostra. Ne sarebbe andata della mia salute, della mia psiche e soprattutto dell’integrità fisica e mentale del creaturo. Per cui forse era il caso di farla ragionare.
Probabilmente aveva come suo solito esagerato. Chissà, magari avevano avuto un normale diverbio e lei aveva messo in piedi tutta questa sceneggiata. Anche perché l’avevo sentita nemmeno ventiquattrore prima in diretta dalla terrazza di un ristorante dove, insieme al Conte, stavano programmando un romantico viaggio di coppia in Sardegna, per cui andava da sé che non potesse essere successo nulla di veramente preoccupante. Giusto?

“Vuole un figlio, capisci?”

Ok, avevo clamorosamente sbagliato. Era successa una cosa che andava ben oltre il preoccupante. E adesso stava per succederne un’altra ancora peggiore.

“Ed è tutta colpa vostra!” ha ringhiato la Carlona puntandomi il ditone contro.

Sono venuta così a sapere che durante la terrazzata cena del giorno prima, subito dopo la mia telefonata il Conte si era lasciato andare a fantasie riproduttive, citando me e la bionda come prova evidente del fatto che nulla fosse impossibile. Insomma, i termini erano stati più o meno che se l’avevamo fatto noi un figliolo, allora poteva farlo chiunque. Cosa che a tutt’oggi, ripensandoci, cerco di prendere come un complimento. Ma non senza una certa fatica.
Comunque, il Conte per la prima volta in vita sua aveva manifestato un desiderio di genitorialità.
La Carlona, dal canto suo, per la milionesima volta aveva manifestato orrore e ribrezzo soltanto al pensiero.
E così avevano finito per litigare pesantemente, al punto che il giorno dopo la Carlona aveva fatto fagotto e se n’era andata via di casa.

Ero ovviamente molto dispiaciuta per tutta questa situazione. Ciò non toglieva, però, che casa nostra al momento non fosse proprio il posto più idoneo per ospitare la Carlona. D’altronde lei aveva tantissimi amici, molti dei quali per giunta vivevano da soli: forse era il caso di dirottarla, con tatto e delicatezza, verso uno di loro.

“Carlona ascolta…siccome io qua non sto in una situazione particolarmente agevole, come puoi vedere…e poi magari dato quello che successo non avrai voglia di avere davanti tutto il giorno una donna incinta, no? Ecco, pensavo che forse Camilla…”

La Carlona mi ha fulminato con lo sguardo.

“Forse non ci siamo capiti. Voi avete creato il problema e voi lo risolvete, chiaro?!”

“Sei incinta anche tu, cara?” le ha domandato tutta allegra la signora Lucia.

Ecco, se io ero stata fulminata dallo sguardo della Carlona, la signora Lucia è stata direttamente incenerita sul posto. E qui deve aver recuperato un barlume di lucidità, perché si è affrettata immediatamente a correggere il tiro.

“Lo domandavo solo perché hai una pelle bellissima. E guarda che labbra! Sembri un’attrice del cinema…”

Ritiro tutto quello che ho detto finora.
Altro che demenza senile.
La signora Lucia era un genio fatto e finito. Perché, ve lo posso assicurare, riuscire a strappare un sorriso compiaciuto alla Carlona in un momento come quello, poteva soltanto essere opera di un essere superiore.

“Dì un po’, Lucia, ma tu me lo potresti preparare un cocktail? Tipo uno Spritz o quello che vuoi”.

“Certo cara. Vado in cucina e torno con il tuo coctel prinz”.

Avrei dovuto fermarla. Anzi, avrei dovuto fermarle entrambe. Sia la signora Lucia dall’avventurarsi in quel mondo fitto di insidie e pericoli che era la cucina. Sia la Carlona dal trattare l’anziana Lucia come la sua cameriera personale.
Ma non ho potuto farlo. Per un semplice motivo.
In quel preciso momento, ho sentito qualcosa muoversi nella pancia.
Niente a che fare con le affilate contrazioni, questo era un tocco morbido e delicato.
Questo era lui.
Il nostro piccolo nano.
Col suo sorriso sdentato e i suoi occhi pieni di sole e di mare.
E questa era la prima volta che lo sentivo.

In preda a un’incontrollabile emozione, ho afferrato la mano della Carlona e l’ho posizionata nel punto esatto del movimento.

“Sentilo Carla! Si è mosso!!!” le ho detto con le lacrime agli occhi.

Per tutta risposta, la Carlona mi ha guardato orripilata e ha tolto di colpo la mano, come se gliel’avessi poggiata su un barbecue acceso.

“Vuoi smetterla di parlare di bambini? Cos’è, me lo fai apposta?!”

E la signora Lucia ha fatto il resto, gridando come un’ossessa:

“Annnaaaaaa, dove è finito l’aglio?!”

La Carlona si è alzata di scatto e si è incamminata verso la cucina.

“Lucia ti ho chiesto un cocktail, mica un soffritto!”

E così sono rimasta lì da sola, sul mio divano, con le mani poggiate sulla pancia in attesa di un altro movimento del nano.
E in attesa che Anna si venisse a riprendere sua madre.
E in attesa che la Carlona cambiasse idea e si riappacificasse con il Conte. O per lo meno si trasferisse dall’amica Camilla.
Ma soprattutto in attesa che la bionda tornasse a casa per farle sentire quel tocco morbido e delicato di fronte al quale non esistevano né Lucie, né Carlone, né religioni, né ideologie, niente di niente.
Perché quel tocco era tutto.
Il nostro futuro, il nostro presente e il nostro passato.
Eravamo noi.
Io, la bionda e il nostro nanetto.

Mi sono appuntata mentalmente queste parole per ripeterle alla bionda quando, rientrando, avrebbe scoperto che la nostra serena e tranquilla vita a due, grazie al trasferimento della Carlona, era diventata a tre prima del tempo. Per non parlare del rischio “quattro” nel malaugurato caso che la degenere Anna avesse continuato a latitare.
Poi ho chiuso gli occhi e sono tornata a sentire il nano fluttuare nella mia pancia, mentre nell’altra stanza la Carlona cercava di spiegare alla signora Lucia che no, lei non era sua sorella Franca, e che se insisteva a voler mettere il battuto nel suo cocktail, i vuoti di memoria sarebbero diventati l’ultimo dei suoi problemi.

2

30. Guida galattica per piccoli nani

“Sentite che bel battito! Bene, il cuore è a posto e … è decisamente un maschio!”

“Scusi dottoressa… ma non è un po’ presto per saperlo?”

“In effetti sì. Ma non per vostro figlio, visto che è dall’inizio dell’ecografia che tiene le gambe spalancate” .

“In che senso “spalancate”?”

“Guardate qui sul monitor. Queste sono le gambette… E adesso guardate qui in mezzo… Lo vedete?”

“Eh sì… Lo vedi anche tu bionda?”

“Chiaro come il sole!”

Pausa. Scambio di occhiate perplesse tra Giulia e la bionda.

“Dottoressa…Ma non le sembra un po’ troppo maschio?”

“Ecco, quello che state indicando sarebbe il cordone ombelicale…”.

E così, caro piccolo nano, abbiamo saputo che sei a tutti gli effetti un nano.
Sia chiaro che se fossi stato una nana non sarebbe cambiato nulla, a parte il fatto che avrei dovuto declinare al femminile tutte le volte che sei stato nominato in questa storia.
Ti abbiamo visto in nanovisione in un nuovo studio medico, che non era quello della dottoressa Giacinti, perché, detto tra noi, non avremmo retto a un’altra imprevedibile défaillance del suo arcaico ecografo. E non era nemmeno quello della dottoressa Renzulli perché, detto tra noi, non avremmo retto proprio a lei fisicamente.
Per cui ci siamo fatte consigliare dalla Giacinti un luogo idoneo e, soprattutto, un medico idoneo. E così abbiamo conosciuto la dottoressa Bosco. Liana Bosco, per la precisione. E non ridere, si chiama proprio così. Già io ho avuto le mie difficoltà, perché prima ho capito Luana, poi Diana e, quando ho finalmente visto la targhetta col nome che portava sul camice, non sono riuscita a trattenermi e le ho chiesto:

“Ma come quella di Tarzan?”

Lei mi guardato tutta seria e mi ha risposto:

“Pazzesco! Sa che non me l’ha mai chiesto nessuno?”

“Veramente?! Strano, perché in realtà è la prima associazione che salta in mente, cioè la liana che…”

“Basta, la prego, stavo scherzando. Lei deve essere qualcosa come la trecento millesima persona che me lo domanda. E comunque, sì. È proprio come quella di Tarzan, Jane, Cheetah e compagnia bella. Adesso possiamo vedere questo pucciacchietto nel pancino?”

Ha detto proprio così. “Il pucciacchietto nel pancino”.
E in quel momento ho capito che, malgrado l’esordio non proprio felice, noi e la Liana saremmo diventate grandi amiche. Ma soprattutto la dottoressa Bosco sarebbe diventata amica tua, caro pucciacchietto: era sua la voce che ti diceva “adesso bimbolotto girati un po’ a destra” “ecco, ora fagiolino ruota la testa” “puoi chiudere le gambe, birbantello?” e tutta la sequela di “amorino”, “cuoricino”, “pesciolino” e “gnappettino”.
E poi ho capito un’altra cosa. Che la scelta del nome è sì importante, ma che non bisogna farsi ingannare dalle apparenze. Perché, nonostante quello che potessi pensare io, la Liana era molto contenta di chiamarsi così.
No, non preoccuparti, non abbiamo nessuna intenzione di chiamarti Liano. Però, ti confesso, che per la divergenza di gusti che c’è tra me e la bionda, qua c’è il serio rischio che tu venga registrato all’anagrafe come Nano. Anche perché io e mamma bionda abbiamo deciso di compiere un’operazione molto, ma molto azzardata. Ovvero darti il nome dopo averti visto in faccia.
Sì, è vero che ti abbiamo visto nell’ecografia, ed eri pure parecchio carino. Ma diciamo che sei ancora al modello base, mancano ancora svariati accessori, per cui al momento è difficile identificarti in un Arturo (scelta mia!) o in un Tobia (buuuuuhh!!!!! Scelta di mamma bionda…).
Per cui sappi che per almeno altri cinque mesi e mezzo resterai ancora nano.

Comunque, la nostra Liana preferita, a differenza dell’orrida Renzulli, ha voluto sapere tutto di te. Forse anche un pochino troppo, perché dopo un’ora e mezzo, ancora stavamo alla guru danese…Va da sé che, tempo di raccontarle dei tentativi danesi, di Alicante, della doctora Lopez e di Remedios Perez De La Fuente (sì, lo so che Remedios non c’entrava nulla, ma che vuoi farci, a forza di parlare mi sono fatta prendere un po’ la mano), insomma, quando abbiamo terminato si era ormai fatta sera.
Mancava però ancora un’ultima cosa. Un piccolo, insignificante, prelievo di sangue.
Solo che, data l’ora, l’infermiera addetta se n’era andata via da un pezzo e, perciò, se ne è dovuta occupare la Liana.
Liana che, per amor di verità, ci ha ripetuto più volte di non essere particolarmente ferrata con aghi e siringhe. Ma noi non potevamo immaginare che questo significasse ridurre il suo studio al set di un film splatter. Cosa che è effettivamente avvenuta.
Complici una siringa dotata di vita propria e svariati problemi di coordinamento tra mano e braccio della dottoressa, un minuto dopo la nostra Liana sembrava uscita dalla scena madre di “Carrie – Lo sguardo di Satana”: sai, quella del ballo di fine anno quando le rovesciano addosso… No, in effetti non lo sai ed è meglio che tu non lo sappia per parecchi anni.
Comunque, mentre io osservavo divertita l’assurda situazione, la tua bionda mamma ha strabuzzato gli occhi e ha perso i sensi. La Liana di bosco è prontamente intervenuta, rianimandola a suon di sonori schiaffetti. Ma si è dimenticata di avere ancora il volto imbrattato di sangue. E così la bionda è di nuovo precipitata nell’oblio.

Ora, nanetto nostro, osserva attentamente questa scena.
Una mamma accasciata sulla sedia priva di conoscenza e, al suo fianco, l’altra mamma che si scompiscia dalle risate.
Bene.
Questa è la tua famiglia. È tra queste braccia che approderai alla fine del tuo viaggio.
Per cui mi sembra arrivato il momento di spiegarti meglio dove sei capitato e cosa ti aspetta al di là del tunnel.

GUIDA GALATTICA PER PICCOLI NANI

Caro nano, devi sapere che negli ultimi tre mesi, ovvero da quando noi – e, grazie alla Carlona, anche il resto del mondo – abbiamo saputo del tuo imminente arrivo, siamo state inondate di manuali, guide e trattati su ogni aspetto della questione “lieto evento”.
Nello specifico:
– Gravidanza (n. 6 corposi volumi nei quali viene affrontato tutto. E quando dico tutto, intendo proprio tutto: dalle basilari norme alimentari, fino all’inevitabile – almeno pare – apparizione di moleste emorroidi, passando per lo sviluppo del feto mese per mese e i consigli per una sana e consapevole interazione con la lettiera dei gatti)
– Parto (tre tomi che includono parto in acqua, parto in casa, parto con un tizio che suona il flauto di pan, con dolore e turpiloquio, con meno dolore ma sempre con turpiloquio)
– Allattamento (comprensivo di breve galateo dell’allattamento in luoghi pubblichi e circostanze sociali e dello speciale “Il tuo nuovo amico, il tiralatte”)
– Nanna (pensavi che dormire fosse una cosetta facile facile, eh? E invece pare di no, visto che hanno dedicato alla faccenda centinaia di libri, dei quali soltanto una decina già gravitano a casa nostra…)

A questi andrebbe aggiunto anche il libro che ci ha regalato la Carlona, dell’eloquente titolo “Dall’alcova al nido – La crisi della coppia alla nascita di un figlio”.
Ma ancora non so bene in quale di queste categorie inserirlo.

Insomma, questo per dirti che noi, bene o male, sappiamo tantissime cose di te.
Ma tu? Cosa sai tu di quello che troverai quando sbarcherai in questo mondo?
Per questo ho voluto scriverti questo essenziale vademecum, con tutto – o quasi – quello che c’è da sapere per un corretto e informato passaggio dalla vita uterina a quella reale.

Partiamo dunque con i fondamentali.

Attualmente sei un feto di tre mesi e mezzo. Il che vuol dire che hai superato indenne il periodo più critico, ossia quello del primo trimestre. Non posso assicurarti che i restanti mesi saranno una passeggiata, però possiamo tranquillamente dire che sei un ragazzo che promette bene.

Hai vissuto a lungo in un’isola piena di sole e di mare, tra una palma e un chiringuito. É lì che ti abbiamo visto la prima volta. Ed è lì che ti abbiamo ritrovato tanti anni dopo. Sei stato molto paziente, ci hai aspettato in silenzio per tutto questo tempo, per cui ti prometto sin d’ora che anche noi saremo molto pazienti con te. Anche quando strillerai come un indemoniato per motivi che non troveremo in nessuno dei duecento manuali che abbiamo letto.

Hai due mamme. Ma credo che questo tu già lo sappia.
Le tue mamme si amano molto e ti hanno desiderato, voluto e cercato con tutte le loro forze. Quindi sì, sei un figlio dell’amore. A differenza di due mie vecchie conoscenze che sarebbero stati figli di tutt’altro (sì, lo so che vi ho appena citati ma adesso, Giuda e Maria Vigliacca, fuori da questo manuale, grazie).
E queste tue mamme ancora non si capacitano che tra una manciata di mesi potranno finalmente abbracciarti. E anche darti un nome, lo so, non preoccuparti, non ce lo siamo dimenticate…

Devi anche sapere che le mamme sono molto diverse tra loro, ma quando si tratta di fare squadra sono una coppia formidabile. Pensa che sono riuscite addirittura a dividersi in modo equo la tua gestazione. E sì, perché mentre io ti accudisco nella pancia che lentamente sta cominciando a lievitare, mamma bionda si sta cuccando tutti i sintomi della gravidanza. Mal di schiena, aumento incontrollato di peso e, soprattutto, ferocissime nausee.
Io invece sto un fiore e ho pure perso due chili.
Adesso le ho comprato lo zenzero e sembra stare un po’ meglio, comunque la dottoressa Giacinti dice che entro il quarto mese di gravidanza, le nausee  dovrebbero terminare. Mi ha però anche detto di prepararmi a dolori lombari, minzione frequente e sbalzi di umore. Della bionda, ovviamente.

Ah, hai anche due gatte. Una ben oltre la soglia di obesità. E l’altra ben oltre la soglia di denutrizione. Come sia possibile questa cosa, visto che mangiano esattamente la stessa quantità di cibo, è uno dei misteri che aleggiano in questa casa. Assieme all’inspiegabile e continua scomparsa – con successiva mistica riapparizione – delle mie chiavi del motorino. E alla criptica fuga non di singoli, ma di interi nuclei familiari di calzini.

Ecco, a proposito di questa casa, ci sarebbe una cosetta da dirti. Già, perché non è che sia una casa propriamente grande… Anzi, diciamo che è tutt’altro. Però c’è da dire che abbiamo una terrazza sconfinata.
Tu starai pensando: che mi importa della casa se c’è ‘sto popò di terrazza?
E hai indubbiamente ragione, ma stai dimenticando che nascerai a gennaio. Il mese più freddo dell’anno. E a meno che non azzardiamo l’ipotesi di un bel Bronchite Party per il tuo compleanno, che potrebbe concludersi con un nuovo ceppo di influenza a te dedicato, temo che non ci sarà modo di festeggiare come si deve con amici, amichetti e parenti.
Non in casa, dirai tu: ma in una bella area giochi al chiuso, no?
Esatto. No.
No, perché mamma bionda, oltre ad avere quel problemino con la vista del sangue, è pure claustrofobica.
E mamma Giulia ha un irrisolto con i clown.
Dici che comunque potrai festeggiare all’asilo o a scuola? Certo l’idea è allettante, ma mi sono scordata di dirti una cosa… Sai cosa è la DPP? Ovvio che no, fino a tre mesi fa non lo sapevo nemmeno io. È la data prevista per il parto. Insomma, è il giorno in cui dovresti nascere. Ecco…Tieniti forte: la tua DPP è l’Epifania. Il che vuol dire giorno festivo, niente asilo e niente scuola. E non se ne viene fuori nemmeno nascendo qualche giorno prima, perché siamo comunque in pieno periodo di vacanze di Natale.
In poche parole, la tua unica chance è quella di posticipare il lieto evento o di sorprenderci con una visita anticipata. In entrambi i casi, ti chiederei di tenerti un po’ largo – diciamo almeno un paio di settimane -in modo da risolvere, assieme alla questione “festa di compleanno”, anche un annoso problema di tipo astrologico, che adesso vado a spiegarti.

Il fatto è questo. Secondo la tabella di marcia, tu verrai alla luce sotto il segno del Capricorno. Ora, io non credo agli oroscopi, anche perché noi del Cancro siamo scettici per natura, però, giusto per informazione, sappi che Capricorno e Cancro sono i segni più antitetici dello Zodiaco. Almeno così mi ha detto l’astrologa Nunzia. Ed io non me la sento di contraddire l’astrologa Nunzia, perché è un’amica della Carlona e presto anche tu imparerai che tutto ciò che gravita intorno alla Carlona è bene non metterlo in discussione. Mai.
Anzi, temo che a riguardo dovremmo fare un discorsetto anche su quella cosa che i bambini sono la bocca della verità. La realtà, nanetto mio, è che tu non puoi permettertelo. Per lo meno non con la Carlona, perché potrebbe fartela pagare molto cara. Per cui menti, inventa, esercita il tuo lato creativo e, per carità di Dio, cerca di essere credibile…

Tornando ai segni zodiacali, va da sé che se tu ti concentrassi come si deve sulla risoluzione dell’infausta collocazione del tuo compleanno, ne beneficerebbe anche tutta la situazione astrologica. Già, perché, impegnandoti per bene, potresti anticipare un po’ le cose e nascere Sagittario come tuo zio ingegnere, oppure, per l’altro verso, Acquario, proprio come la canzone del musical “Hair”, hai presente? Dai, la conoscono tutti, è quella che fa “The age of aquarius, the age of aquarius, aquarius!!!!”. Vabbé, non fa niente.
Se non ce la dovessi fare, non preoccuparti: sarai comunque in perfetta armonia con mamma bionda, che è di un segno di terra come te.
Però io ve lo dico già, a te e a tua madre: non dimenticatevi che noi del cancro siamo anche parecchio permalosi, per cui, per cortesia, evitate di fare troppa comunella tra voi due segni cornuti.

E così adesso sai che io sono un pochino permalosa. Vorrei poterti dire che questo è l’unico dei miei difetti, ma la triste realtà è che ce ne sono parecchi altri. Però, non ti credere, anche mamma bionda ne ha, solo che a volte li spaccia per pregi. Tipo quella sua sinistra mania per l’ordine e la pulizia, che però, grazie alle tue innate doti d’infante casinista e imbrattatore (come ogni infante che si rispetti), confido riuscirai a debellare nel giro di pochi mesi.
Comunque, ti propongo una cosa. Quando vorrai sapere i difetti di mamma bionda, chiedili a me. Esattamente come se vuoi sapere i miei: sempre a me devi chiedere.
Così non facciamo confusione, che dici?

Ma passiamo ad altro. Da quando si è sparsa la voce del tuo avvento (e di questo non ringrazieremo mai abbastanza una certa persona… Non gongolare, Carlona, ero sarcastica), è iniziata una specie di gara tra amici e vicini di casa, su chi riusciva a inondarci cose per neonati nel più breve tempo possibile. Hanno svuotato soffitte e cantine, pur di disfarsi della roba vetusta dei loro figli, peraltro ormai ultra maggiorenni. Per farti capire la gravità della situazione, ti dico che siamo arrivati addirittura ai sacchi lasciati davanti alla porta di casa durante la notte.
Bello, dirai tu, vuol dire che quando nascerò avrò un sacco di cose!
Sbagliato. Sbagliatissimo.

Partiamo dall’abbigliamento:
– il 60% è della stagione sbagliata
– il 30% è minato da decennali permanenze nelle succitate cantine e soffitte
– il 5% è addobbato di pizzi e merletti. E siccome io e mamma bionda non facciamo discriminazioni, sappi che lo avremmo schifato pure se invece che un nano tu fossi stata una nana.

Vogliamo parlare degli accessori? Parliamone.
– il 50% non è più a norma. Nel senso che il marchio “CE” non era probabilmente ancora stato inventato
– il 20% è visibilmente rotto o fallato
– il 15% si compone di cose che non avremmo mai pensato di comprare, in quanto ritenute da me e la bionda completamente inutili. E che effettivamente lo sono.
– Il 10% sinceramente non abbiamo capito cosa sia.

Per cui, nei fatti, ti ritrovi con tre body bianchi, un paio di scarpe numero 24 (che credo potrai utilizzare intorno ai tre anni), un cappellino di “Biancaneve e i sette nani” , un baby monitor con annessa videocamera a infrarossi, che trasforma qualunque essere umano ripreso in uno zombie di George Romero, e un’imperdibile macchina della polizia vintage radiocomandata.
Cosa puoi farci con una macchina radiocomandata quando per interi mesi non sarai in grado nemmeno di tenere su la testa? Questa è una bella domanda che potrai porre tra qualche anno ai vicini del quarto piano.
Comunque, consolati, perché nemmeno a me è andata granché bene. Sono infatti stata sommersa da indumenti premaman , senza che nessuno si ponesse, nemmeno di striscio, la questione della mia taglia. In poche parole, o salta fuori all’improvviso che là dentro siete almeno in due o tre, o altrimenti nemmeno con una gestazione di due anni, potrò ma riempire quei vestiti.

La cosa divertente è che nessuno, ma proprio nessuno, ci ha domandato se avevamo davvero bisogno di qualcosa. Semplicemente, ce l’hanno portato. Senza possibilità di replica.
Così adesso, la casetta di legno che sta sulla terrazza (sì, proprio quella nella quale avresti dovuto giocare tu) è diventata una succursale di Prenatal, piena zeppa di cose inutilizzabili. E la dura realtà è che anche noi ormai siamo entrate a far parte della spietata catena, perché abbiamo cominciato a fiutare come segugi la prossima gravidanza nel circondario, in modo da poterci liberare dell’ammasso di ciarpame. Anche a costo di lasciarlo di notte davanti a una porta.

Però, a dire il vero, una cosa nuova e solo tua ce l’hai. È una tutina blu con disegnato sopra un carroattrezzi. E con una corposa ditata di grasso sulla manica sinistra. Te l’ha regalata il meccanico Bruno, in memoria del nostro primo incontro di fronte alla sua officina, quando quel simpaticone di don Flavio mi fece rimorchiare la Fiesta. Ce l’ha portata qualche giorno fa, imprecando perché non era riuscita a trovarne una rosa.

“E che mo’ ‘n carattrezzi non può essere da femmina? Ma dimmi te in che mondo viviamo…”.

Già, perché Bruno, oltre ad essere contro gli stereotipi di genere (ad eccezione dei colori, su questo dobbiamo ancora lavorarci un po’) , è anche più che convinto che tu sia una bambina. Dice che l’ha percepito la sera in cui abbiamo aperto la busta con il risultato del test di gravidanza. E che lui su queste cose non si sbaglia mai.

“È ‘na femminuccia! Dio la benedica!” ci aveva sussurrato quella sera prima di congedarsi.
“Ma, scusa, Bruno, tu non eri ateo?” avevo osservato io.
“A parte che so’ agnostico… E poi che vuol dire? Mica deve benedì me, deve benedì la regazzina!”

E adesso dobbiamo dirgli che invece si è sbagliato, solo che non ne abbiamo tanta voglia, perché alla Fiesta è partita una cinghia di non so cosa e lui si sta prodigando all’inverosimile per ripararla in tempo record, perché “’sta pupetta bello de Bruno suo me la dovete fà viaggià tranquilla”. E poi ci sarebbe pure il tagliando da fare. E il bollino blu. Vabbé, facciamo che aspettiamo ancora un pochino prima di dirglielo, eh, che dici?

Ora che mi sovviene, però, per te, caro nanetto, ci sarebbero anche tutte le cose che la bionda comprò al nostro ritorno dal primo viaggio in Danimarca! Stanno tutte in un enorme sacco giallo, che abbiamo tenuto nascosto per scaramanzia nel bagnetto e che…
Aspetta un attimo. Quando siamo andate dalla guru e da Psycho Barbie mi sa che nevicava…
E sì, nevicava proprio. Quindi, aggiungiamo nove mesi di gestazione e arriviamo a…
Niente da fare, piccoletto: il bustone giallo di mamma bionda va a ingrossare le fila di quel 60% di cui sopra ti dicevo. Stagione sbagliata. A meno che, questo gennaio non si verifichi uno spostamento dell’asse terrestre, con relativa e subitanea variazione di clima, che renda il succitato mese idoneo all’utilizzo di canottiere e braghette. O che non decidiamo di partorirti ai Caraibi.

Quindi, ti starai domandando, io cucciolo di Capricorno, arriverò in una terrazza con casupola annessa, con una madre permalosa e l’altra che metti caso mi faccia un taglietto mi stramazza davanti, due gatte delle quali una potrebbe cibarsi di me, circondato da quintali di inutile paccottiglia, e l’unica cosa che avrò per fronteggiare tutto questo, sarà una tutina con un carroattrezzi?
Ma certo che no, piccolino nostro! Pensi forse che le tue mamme potrebbero lasciarti alla mercé del mondo munito soltanto di un’inerme tutina di flanella?
Per questo avrai anche una mucca volante. Bianca e nera. E con grandi ali bovine.
E un giorno, non troppo lontano, ti racconteremo di quanto quella mucca abbia fatto per noi, in un momento di dolore e sconforto.

Però adesso basta parlare di cose materiali. Perché, è bene che tu lo impari sin d’ora, nella vita quello che conta davvero sono gli affetti.
E qui, nanetto nostro, sfondiamo una porta aperta: sappi che ci sono tantissime persone che non vedono l’ora di conoscerti. Ci sono i parenti, ci sono gli amici, e poi ci sono anche i parenti degli amici e gli amici dei parenti, pensa un po’ di quanta gente stiamo parlando!
E sono persone di tutti i tipi, sai? Simpatici e meno simpatici, generosi e tirchi, solari e ombrosi, credenti e atei, eterosessuali e omosessuali, destrorsi e mancini, grassi e magri, con e senza capelli.
E anche tanti tipi di famiglie.
Ci sono le famiglie come quella di tuo zio ingegnere, che hanno una mamma, un papà e dei pargoletti.
Poi ci sono quelle come quella dei tuoi nonni biondi, che si chiamano allargate, perché le mamme e i papà si sono separati e hanno incontrato altre mamme e altri papà e hanno creato delle nuove famiglie.
E quelle come la famiglia dei nostri amici salutisti-vegani-crudisti, che hanno adottato dei bambini che vengono da paesi lontani.
E poi le famiglie con due papà, le famiglie con solo una mamma o con solo un papà, e anche la famiglia della Carlona, che è composta da lei e dal conte. Però alla Carlona non dirlo mai che sono una famiglia, perché sennò le viene l’ansia da omologazione.

Insomma, hai visto piccolo nano che meraviglia? Ognuno ha la famiglia giusta per sé!

E poi devi sapere che c’è un mondo bellissimo qui, proprio fuori dalla porta. Un mondo pieno di cose da scoprire, di luoghi da esplorare, di capriole da fare e di pozzanghere su cui saltare (ecco, magari quest’ultima cosa teniamocela per noi… Ricordi quella cosetta che ti ho detto sulla mania per l’ordine e la pulizia di mamma bionda, no?). È il tuo mondo, caro nanetto, e noi ti insegneremo a rispettarlo e a prendertene cura. E a rispettare anche tutte le creature che lo abitano. Perché il rispetto è la prima cosa che ogni abitante di questo pianeta dovrebbe imparare, sin da quando è un piccolo nano (perché, ti svelerò un segreto: tutti un tempo sono stati dei piccoli nani ma tanti non sembrano ricordarselo).

Ecco, a proposito di mondo, ci sarebbe un’altra cosetta. Ascoltami bene, piccoletto, perché questa è una cosa molto importante.
Questo mondo è molto grande e molto vario, e al suo interno c’è spazio per tutti. Ma proprio tutti tutti, anche per persone che quel rispetto di cui ti parlavo se lo sono un poco dimenticato.
So che tu non capirai perché queste persone ce l’hanno con le tue mamme. Ed è giusto così. Perché non c’è proprio niente da capire.
Queste persone pensano che io, mamma bionda e tante altre mamme e altri papà, siamo un pericolo per la famiglia. Su questo, in effetti, non posso dar loro tutti i torti. Ad esempio, non posso negare di essere un pericolo per la famiglia quando provo a cucinare. Per fortuna succede di rado, ma quelle poche volte che è capitato, indubbiamente il rischio è stato grosso. Ma non crederti, anche mamma bionda ha un potenziale pericoloso non da poco: l’hai mai sentita cantare? Sì che l’hai sentita, visto che da tre mesi e mezzo ogni sera si appoggia sulla mia pancia e ti canta la canzoncina della buonanotte…
Esatto, quell’incrocio tra un lamento e un antifurto è lei.
Per cui sì, lo ammetto. Siamo un pericolo. Però lo siamo per la nostra, di famiglia, non per le loro.
Certo, a meno che io non decida di invitarli a cena…

Ma allora, ti chiederai, perché queste persone continuano a sbraitare contro le tue mamme, additandole come “contro-natura”?
Anzitutto, mio tenero nano, non devi preoccuparti. Non c’è nulla di cui avere paura. Queste persone, sebbene magari non siano il massimo della simpatia e dell’accoglienza, hanno però una grandissima dote, che gli va indubbiamente riconosciuta.
Quella della coerenza.
Perché devi sapere che effettivamente amano a tal punto la natura, da vivere seguendo strettamente le sue leggi. Infatti è molto difficile incontrarle, perché abitano in caverne o palafitte, lontane da queste costruzioni sociali innaturali che vanno sotto il nome di “città”. Durante il giorno cacciano, pescano e si dedicano alla coltura di piante e alberi da frutto. Si accoppiano due volte all’anno, nel periodo del calore e si curano con erbe di campo pestate in rudimentale mortaio. Per la verità, i più muoiono come mosche, poiché rifiutano categoricamente l’utilizzo di medicinali. Viaggiano solo a cavallo o a dorso di mulo e comunicano tra di loro con segnali di fumo. A volte riescono a raggiungere degli internet point di fortuna e inondano di messaggi il web, con una predilezione per la sezione “commenti” dei quotidiani on-line. Oppure si riversano nella prima piazza disponibile ad agitare cartelli e urlare slogan contro un mondo che non riconoscono più. Altre volte, invece, stanno semplicemente fermi e zitti perché, diciamocelo, spesso si fa più bella figura così.
Ma non bisogna temerli, tanto poi tornano alla loro caverna e il mondo continua ad andare avanti.

Comunque, che ci piacciano o meno, è indubbio che i naturofili svolgano una funzione fondamentale nella nostra società: sono gli ultimi depositari di tradizioni primitive che, senza di loro, sarebbero ormai scomparse e dimenticate. Pensaci, nano: se non ci fossero loro, come potremmo effettivamente apprezzare l’evoluzione dell’umanità? Senza contare che sono anche utilizzabili per rievocazioni storiche (con una spiccata predisposizione per l’epoca medievale) e che sono utilissimi, nei momenti di demoralizzazione e scoraggiamento, per far risalire la propria autostima, financo a toccare vette mai esplorate.

Per cui, caro nanetto, se ti capiterà di incontrarne uno, sorridigli con comprensione e benevolenza, pensando a quanto deve essere dura per lui vivere nel secolo sbagliato.

Ok, ok… Ho capito che non sei convinto, ma non c’è bisogno di agitarsi così… Nanetto, guarda che mi stai facendo male…
É questo “Mozart per bambini” che ti dà noia? Adesso lo spegniamo, però poi lo dici tu a mamma bionda che non lo vuoi più sentire, eh? Perché, forse non lo sai, ma ha letto su uno dei tremila manuali, che ascoltare Mozart fa diventare i feti più intelligenti. Certo, sul manuale non era specificato che dovessimo ascoltarlo ventiquattrore su ventiquattro, ma mamma bionda è fatta così, quando si fissa su una cosa, non c’è verso.
Ecco, Mozart non c’è più, puoi calmarti adesso?
Pare di no.
Senti, tesoro mio, mamma Giulia comincia a non sentirsi tanto bene, potresti smetterla con queste contra…

Contrazioni?!?!

Dannazione sono proprio contrazioni!! Precise precise alla descrizione letta nel manuale n. 4, “Cosa aspettarsi quando si aspetta”. Solo che qui non c’è proprio niente da aspettarsi, è troppo presto!
Va bene. Stiamo calmi.
Nano resisti. Ti prego resisti.
Giuro che non ti parlerò più dei naturofili, mai più.
Ma tu non puoi nascere oggi. Non sei ancora accessoriato, ti mancano un sacco di optional che poi, a dire il vero, proprio optional non sono…

Ahi!!! Questa non era una contrazione, era una coltellata!

Ehi, scherzavo su quella cosa del Capricorno, sai? Davvero, piccolino, non hai bisogno di nascere sotto il segno del Cancro per fare felice me. Anzi, pensa che macello due cancri dentro casa!
E poi qui abbiamo ancora tante cose da fare, tante tutine da comprare, una cameretta da allestire…
Capisci che oggi non è proprio cosa.

Ma cos’è?! La sagra del pugnale?

È tutta colpa mia… Non dovevo raccontarti tutte queste cose del mondo là fuori. Capisco che adesso ti sia venuta curiosità, ma te la devi tenere, nanetto. Tienitela stretta.
Tieniti stretto…

“Pronto, dottoressa Giacinti? Ah!! (stilettata nell’addome) A…bbiamo un problema…”

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29. LE QUATTRO VOLTE – La quarta

Cari genitori, 
dopo questo lungo viaggio nella memoria, eccoci finalmente arrivati alla volta decisiva. La più inaspettata e imprevedibile di tutte. Quella al cui cospetto, i francobolli, il maniaco evaso e pure il coming out, sarebbero stati relegati a curiosi aneddoti post-prandiali.
È inutile che vi anticipi cosa andrò a raccontare in questa puntata, lo sapete perfettamente e dovreste anche ricordarvelo con una certa dovizia di particolari, visto che è avvenuto non molto tempo fa.
Sappiate, però, che questa puntata mi emoziona particolarmente, perché è come se fossi di nuovo lì, quel giorno, davanti a voi. Come se il tempo non fosse passato e io stessi tenendo ancora stretta tra le mani la prova inoppugnabile del mio stato interessante. Senza sapere ancora tutta la fatica che avrei dovuto fare per potervi dire la cosa più bella e straordinaria che vi avrei detto nella vita.
Ma non anticipiamo troppo le cose, perché è vero che voi già sapete tutto, ma i lettori del blog ancora no.
Anzi, vi dirò: nemmeno voi sapete proprio tutto tutto. Sì, è vero che conoscete a menadito la scena madre. Ma che dire del backstage? Di tutto ciò che è avvenuto nei giorni prima che io vi chiedessi, per la quarta volta, di mettervi seduti?
Eccomi dunque qua a colmare questa vostra gravosa lacuna.

Andiamo quindi a terminare le nostre prime quattro volte.
Per i saluti, ci rivediamo alla fine.
Giulia

Allora… Eravamo rimasti a quel mondo trovato in una busta. A quella magica sera di primavera in cui io e la bionda avevamo finalmente avuto un dato certo in mano: il piccolo nano era arrivato tra noi e, al momento, era in fase di costruzione e assemblaggio.
Va da sé che, al di là di tutto l’entusiasmo, la gioia e il trasporto, nessuno normalmente annuncia uno stato interessante il giorno stesso del test. Di solito le persone assennate attendono che trascorrano i primi tre mesi di gravidanza, quelli considerati i più delicati e a rischio.
Noi, invece, grazie alla Carlona, avevamo avuto il privilegio di vivere il brivido della diretta. E poi anche della differita del giorno dopo, quando la stessa immancabile Carlona, non ritenendo sufficiente il manipolo di persone convocato la sera prima, aveva pensato bene di dirlo a tutto il resto del mondo.
Capirete che sulle spallette non ancora formate del piccolo nano, gravava già un peso enorme. Non erano trascorse nemmeno ventiquattrore dalla sua apparizione sul foglio del laboratorio analisi, che tutti sapevano della sua esistenza.
Tutti tranne loro.
I miei genitori.
E a questo punto, di attendere i classici tre mesi non se ne parlava proprio. Anche perché rischiavo seriamente che, nel frattempo, glielo dicesse la Carlona. O mio fratello. O mia cognata Beatrice. O una a caso delle quattrocento persone già edotte dalla mia loquace amica.

Ora, per andare a comunicare la lieta novella ai futuri, nonché più che ignari, nonni, un semplice e impersonale numeretto su un foglio, non era affatto sufficiente. Bisognava assolutamente portare dimostrazioni inconfutabili e indubbie che nel giro di nove mesi un nuovo pigolante nipotino sarebbe arrivato in famiglia. Questo perché sapevo per certo che per i miei genitori, il mio coming out di ormai ben due lustri prima, non era stato semplicemente una dichiarazione di orientamento sessuale.
Era stato molto di più.
Il subdolo messaggio subliminale che si era insediato nelle loro menti, era che nel pacchetto gay fosse compreso anche un buono omaggio sterilità, non cedibile e valido per l’eternità. In quella lontana occasione, non mi era sembrato il caso di affrontare anche questa questione: da una parte perché, sinceramente, avevo sottovalutato la potenza persuasiva del buono omaggio e, dall’altra, perché ritenevo i miei genitori già provati a sufficienza per quella giornata.
Il vero errore era stato non affrontare la faccenda mai più. Non saprei nemmeno dirvi come era successo, ma la verità è che era successo. Li avevo lasciati lì, da soli, a rigirarsi con rammarico quel buono tra le mani, completamente all’oscuro del fatto che nel frattempo, migliaia e migliaia di coppie gay in Italia e nel mondo, stavano felicemente allargando la loro famiglia con i loro piccoli nani.
Ora forse vi sarà più chiaro il motivo per il quale non volevo presentarmi dai miei a mani vuote. Ma per riuscire a smantellare il decennio di lavaggio del cervello operato nell’ombra da quel dannato buono omaggio, mi serviva una prova davvero concreta e incontrovertibile.
E quale testimonianza più attendibile di una bella foto ricordo del nostro nanetto?

Così io e la bionda abbiamo chiamato la rediviva dottoressa Giacinti per fissare un appuntamento per la prima, primissima, ecografia del creaturo in costruzione. Ma questa volta, la Giacinti ha dovuto abdicare, in quanto detentrice di ecografo d’epoca, a suo avviso assolutamente inappropriato per la nostra nanoscopìa. Ci ha quindi dirottate verso una sua collega, tale dottoressa Renzulli, ginecologa di dichiarata fama e, soprattutto, di ecografo all’avanguardia.

Diciamo che le cose con la dottoressa Renzulli, non sono partite propriamente bene. E per “non propriamente bene”, intendo che, dopo avermi invitata a entrare nel suo studio, ha richiuso la porta in faccia alla bionda, lasciandola fuori. E quando ha visto la bionda riaprire la porta ed entrare, si è rivolta a me con queste testuali parole:

“Ah, ma vuole assistere anche sua sorella?”

E qui io e la bionda abbiamo dovuto per la prima volta fare i conti con un’innegabile realtà. Non potevamo pretendere che per il mondo esterno la cosa più immediata fosse quella di pensarci come una coppia con pupo in arrivo. Dovevamo essere noi ad agevolare il processo di comprendonio. E così è stato.

“Guardi, non sono sua sorella. Sono la sua compagna” ha detto la bionda con la sua classica nonchalance.

Nessuna reazione. La Renzulli si è seduta alla scrivania e ha iniziato ad armeggiare con il computer.
Forse era meglio ribadire il concetto.

“Sì, confermo. È proprio la mia compagna…”

“Ah-ah” ha commentato con aria assente e con gli occhi fissi al monitor “Se la sua amica magari intanto si siede, potremmo anche cominciare, eh?”.

Qui sono stata costretta a bloccare la bionda. Sì, l’avevo sentita anche io quella nota sgradevole e polemica nella voce della Renzulli. E sì, anche io avrei voluto risponderle a tono. Ma no, non potevamo. Perché eravamo lì per un motivo. E quel motivo era proprio lì che troneggiava alla nostra destra: uno scintillante ecografo di ultima generazione, pronto per il primo book fotografico del nostro nanetto. L’ho indicato alla bionda facendole un occhietto d’intesa. E lei, mordendosi il labbro per trattenersi, si è avvicinata alla sedia.
Ce l’aveva quasi fatta.
Ma all’ultimo ha ceduto.

“Comunque sono la sua compagna, non la sua amica. Gradirei che fosse chiaro”.

E si è seduta.
La Renzulli non l’ha nemmeno guardata. Per la verità non ha guardato nemmeno me. È rimasta con lo sguardo incollato al monitor. Poi, dopo qualche istante, ha parlato.

“Data dell’ultima mestruazione?”

“Beh, avendo fatto una Fivet, posso dirle direttamente il giorno del concepimento. Che non credo sia una cosa che le capiti tutti i giorni, giusto? Cioè, sapere il giorno esatto in cui..”

Non ho fatto in tempo a finire. La Renzulli mi ha interrotto, visibilmente seccata.

“Data dell’ultima mestruazione, grazie.”

Asettica, poco incline all’ascolto e scevra di qualsivoglia senso dell’umorismo.
Praticamente la dottoressa Renzulli era la mia nemesi.
E come tale si è comportata per tutta la durata della visita.
Quando poi siamo arrivate alla fase “Super Ecografo”, la situazione è addirittura peggiorata. Sì, perché la Renzulli ha cominciato ad armeggiare sulla mia pancia, come se io e la bionda non fossimo lì. Non diceva una parola, si era girata il monitor dell’ecografo tutto dalla sua parte e, soprattutto, sul suo volto non c’era la minima traccia di espressione facciale.
Abbiamo sopportato svariati minuti di maneggiamento, poi la bionda, in preda a una crisi di ansia improvvisa e incontenibile, è intervenuta.

“Scusi, ci può dire qualcosa?! Il bambino c’è? Sta bene? Lo vede?”

La Renzulli l’ha ignorata e si è rivolta invece a me.

“Dica alla sua amica di stare calma. Allora, la camera gestazionale c’è. E il sacco vitellino anche…”

Non avevamo idea di cosa stesse parlando la Renzulli. Ma una cosa era chiara: che lei lo chiamasse camera o vitello, il nostro piccolo nano c’era. C’era davvero…
È bastato questo a sciogliere di colpo tutta la tensione accumulata nei giorni precedenti ed esponenzialmente aggravata dall’indisponenza della dottoressa. E, soprattutto, a farci sorvolare sul fatto che continuasse a definire la bionda una mia amica.
L’amica bionda mi ha preso la mano e me l’ha stretta forte forte.
Adesso eravamo solo noi, dentro quello studio. Noi due felici, commosse e innamorate. Innamorate anche di quel tenero sacco vitellino che quella dannata Renzulli continuava a non mostrarci.
Non abbiamo avuto bisogno di dirci nulla. Sapevamo entrambe che quello era uno dei momenti più belli ed emozionanti delle nostre vite.
E lo è stato. Posso assicurarvi che lo è stato. Almeno fin quando la Renzulli non ha terminato la frase.

“…quello che manca è l’embrione.”

Signore e signori, grazie per aver seguito fin qui le tragicomiche avventure di “Stiamo tutti bene”.
Giulia e la bionda al momento si trovano impossibilitate a proseguire la narrazione.
Le trasmissioni riprenderanno non appena si riprenderanno anche loro.
Grazie per la cortese attenzione.

“Niente eco embrionale… niente battito…”

Dottoressa Renzulli, lei così però non aiuta…

Eccoci di nuovo qua. Volevo risparmiarvi la visione di quanto accaduto nello studio della Renzulli a seguito della scoperta che, nella cameretta del piccolo nano, del piccolo nano non c’era traccia.
Sappiate soltanto che, uscite in lacrime da quello studio, ci siamo catapultate immediatamente in un altro. Quello della dottoressa Giacinti.
E anche qui le cose non sono iniziate granché bene.
La prima cosa che ho notato, è che lo spazio bianco sul muro per la foto del nostro nanetto, non c’era più. Era stato impunemente usurpato da due paffuti gemellini, uno in azzurro e l’altra in rosa, che mi fissavano con aria di sfida dalla loro cornicetta colorata.
Inutile dire che era un pessimo, pessimo segno.
Poi, mentre la bionda spiegava l’accaduto alla Giacinti, mi è sembrato di sentire una voce. Era la voce di un ragazzo. Un ragazzo che stava palesemente facendo il verso alla bionda. E un attimo dopo si è aggiunta la vocetta più acuta di una ragazza.
Conoscevo perfettamente quelle voci, perché le avevo già sentite.
Le avevo sentite a casa nostra, il giorno in cui stavo cercando di compilare il questionario per la clinica danese.
Erano loro. I redivivi Giuda e Maria Vigliacca.
Che sorridevano beffardi dalla cornice dei due gemellini.

“Ehy, mamy, che succede è andata male?” ha detto Giuda accendendosi un’enorme canna.

“Già, che vuoi farci, capita…Anche a me ieri è andata male con un cliente. Never mind, mother!” ha aggiunto Maria Vigliacca, controllandosi il pesantissimo trucco con uno specchietto.

In preda al panico, ho chiuso gli occhi e respirato profondamente, ripetendo tra me e me: “Voi non esistete. Voi non siete mai esistiti. Voi siete soltanto l’eco lontana di una grande paura. Un po’ come l’esame di maturità, che continui a sognartelo per tutta la vita. E nel sogno sei sempre in pigiama e ciabatte. Ecco, voi siete il pigiama e le ciabatte. Pigiama e ciabatte…”

Ho riaperto gli occhi, ma i due erano ancora lì. E si stavano divertendo come non mai.

“Pigiama e ciabatte? Su mamy, puoi fare di meglio! La vuoi una pasticchetta? Dai, te la metto a dieci euro!”

“Piuttosto, mother, non sarebbe ora di darsi una sistemata? Un po’ di trucco, un tacchetto come si deve, un po’ di mercanzia in mostra… Cioè, il look trasandato va pure bene, ma tra il casual e il “a cazzo di cane” ce ne passa, eh?”

“Oh, Mery, non dire parolacce che mi incazzo! Soprattutto a nostra madre, cazzo!”

“Basta, smettetela!!! Non sono vostra madre!!!”

“Questo è poco ma sicuro…” ha commentato la dottoressa Giacinti senza scomporsi.

“Giulia, tutto bene?” ha aggiunto una preoccupatissima bionda.

No. Non andava bene. Non andava bene per niente. Avevo appena avuto un chiaro episodio allucinatorio, ero in tachicardia conclamata e se continuavo a mantenere quella tonalità di viola sul viso, sarei probabilmente esplosa entro qualche minuto.
L’unica cosa positiva era che Giuda e Maria Vigliacca erano finalmente spariti dalla foto dei gemellini. Gemellini che, però, continuavano a occupare un posto che non era il loro.
Qui la Giacinti si deve essere accorta di qualcosa, perché all’improvviso si è alzata, ha staccato la foto dei gemelli e l’ha infilata in un cassetto della scrivania.

“Allora, stavamo dicendo che è ancora presto per iniziare a preoccuparsi. Bisogna aspettare qualche giorno, rifare l’ecografia e vedere se è cambiato qualcosa”.

“E se non fosse cambiato niente?” ho domandato respirando come un mantice.

“In quel caso potrebbe essere un uovo chiaro… Però è inutile pensarci adesso.” ha concluso la Giacinti “Adesso tornate a casa e state tranquille. E la settimana prossima tornate dalla dottoressa Renzulli”.

Ora, come la Giacinti pensasse che potessero convivere nella stessa frase lo spauracchio di una gravidanza anembrionica, l’orrida dottoressa Renzulli e la parola “tranquillità”, non è dato saperlo.
La verità, comunque, era una sola. Non eravamo preparate a tutto questo. Pensavamo di aver ormai superato la fase delle attese, delle ansie, delle angosce. Nessuno ci aveva avvisato che, invece, quella fase era appena cominciata.
Così, io e la bionda, nei giorni che ci separavano dal verdetto, ci siamo ritrovate in una sorta di non-tempo, fatto di giornate infinite ed estenuanti, di meccanica routine di sopravvivenza, di lunghi silenzi e di sguardi eloquenti. Il tutto alternato a sprazzi di totale follia, come l’auscultazione del creaturo tramite bicchiere opportunamente posizionato sulla pancia e l’acquisto compulsivo on-line, effettuato nottetempo, di uno stetoscopio amaranto. Peraltro mai giunto a destinazione.
Finché, dopo la quarta notte insonne, abbiamo preso una decisione.

“Solo un’occhiatina, dottoressa… Che le costa?”

Non è questo. È che vi avevo detto che dovevate aspettare la prossima settimana. E che dovevate tornare dalla Renzulli. Ma non vedete che ecografo mi ritrovo? Pare un residuato bellico…”

“Per favore, un tentativo solo. E se non funziona, torneremo dalla Renzulli, promesso!”

La Giacinti ci ha scrutato a lungo da dietro gli occhiali. Prima me e poi la bionda.

Ma state dormendo la notte? No, perché avete certe occhiaie…”

Io e la bionda abbiamo scosso le teste all’unisono. E la Giacinti ha sospirato.

“Dai, forza. Sdraiati sul lettino e vediamo un po’”.

Tensione massima: attivata.
Tachicardia: on.
Sudorazione: copiosa, in modalità fiume ghiacciato.
Mano della bionda: agguantata, con qualche difficoltà dato il fiume ghiacciato.

“Allora, la camera gestazionale c’è. E il sacco vitellino anche…”

Allarme rosso! Allarme rosso! Sono le stesse, identiche, precise parole della Renzulli.
Stato di massima allerta!
Ripeto, stato di allerta, non cedere in alcun modo all’ottimismo.

“E l’embrione?” ha domandato con un filo di voce la bionda.
“Eh, l’embrione…Qua con quest’ecografo è un macello. Però si dovrebbe sentire il battito. Voi lo sentite?”.

È seguito il silenzio più brutto, angosciante e funereo di cui abbia memoria.
Tutto taceva.
Tacevamo noi, taceva la Giacinti, tacevano le persone nella sala d’attesa, le auto nella strada sottostante, il mercato rionale all’angolo, l’intero quartiere.
Tutto era stato inghiottito da questo spaventoso silenzio.
Per qualche istante ho pensato che non saremmo più riemerse nemmeno io e la bionda.
Avremmo portato con noi per tutto il resto della vita quell’assenza che era molto più di un silenzio.
Il nostro piccolo nano si era smarrito da qualche parte lungo il suo viaggio. Non ce l’aveva fatta.
Non era arrivato nemmeno questa volta.
Ho sentito la mano della bionda che lentamente scivolava via. E con lei se ne andava tutto il resto. Giochi, risate, tutine, dentini, vagiti, bagnetti, abbracci, coccole, baci e poi ancora risate e viaggi e libri e sogni e preoccupazioni ed emozioni, tante, tantissime. E quel viaggio alla tua isola, nanetto nostro, noi tre insieme, per raccontarti dove tutto aveva avuto inizio. E poi nulla. Vuoto. Silenzio.
E poi la voce della Giacinti.

“Ah, ma c’è da regolare il volume!”

E di colpo un suono fortissimo, gracchiante e distorto.
Un battito.
Il tuo.
Non ti eri perso, piccolo nano, sei solo arrivato con un po’ di ritardo! Come ogni star che si rispetti.
Ed è giusto che tu sappia che questo suono aberrante che ci sta facendo accapponare la pelle, è sì il tuo cuoricino, ma rivisitato dall’ecografo della dottoressa Giacinti, che sta cominciando a perdere colpi.
Ma sai una cosa? È comunque il suono più bello che io e mamma bionda abbiamo mai sentito.
Vuoi sapere se abbiamo pianto?
Un pochino sì, lo ammetto.
Vuoi sapere se abbiamo abbracciato la dottoressa?
Sì, abbiamo fatto anche quello.
Ma soprattutto, abbiamo scattato una foto ricordo di quella indimenticabile giornata. Eccola:

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Ne ha tenuta una anche la dottoressa Giacinti e l’ha attaccata alla parete, in mezzo alle foto di tutti gli altri bambini. Proprio nel posto che aveva tenuto da parte per te, quello che avevano occupato abusivamente i gemellini.
E adesso sai che facciamo tu ed io, caro nanetto? Andiamo a fare una bella visita ai nonni! E sì, portiamo con noi anche la tua fotografia. E magari anche tutto il referto, che dici? Perché, a dirla tutta, non è che ti si veda proprio benissimo nella foto…

Ancora non sapevo, però, che il mio piano di dichiarazione della lieta novella sarebbe stato messo di lì a poco a dura, durissima prova.

“Mi sembra davvero una pessima idea…”

“E perché Carlona? Scusa, tu l’hai detto a tutti!”

“Ma, se hai notato, non l’ho detto ai tuoi. Ci sarà un motivo, no?”

“E sarebbe?”

“Sarebbe che non puoi sapere se per loro sia veramente una bella notizia…”

“Ma stiamo parlando del loro nipotino!”

“E chi ti dice che ne vogliano un altro? Magari stanno bene così. O magari non hanno nessuna voglia di dover spiegare a tutto il mondo che la loro figlia sta per avere un figlio con un’altra donna. Ci hai pensato a questo?”

“Beh, sì.. Però, dai, ormai lo sanno tutti che io e la bionda stiamo insieme.”

“Ne sei proprio sicura…?”

Mi fermo qui perché la discussione con la Carlona sarebbe andata avanti per un’altra ora e mezza. E si sarebbe conclusa con la sua assurda proposta di presentarmi dai miei con il nano già bello che nato (“Anzi, aspetta che abbia almeno sei mesi perché prima, diciamocelo, i neonati sono davvero inguardabili”) e sconfiggere le loro “comprensibili ritrosie” a colpi di sorrisetti sdentati e profumo di borotalco.
So che non avrei dovuto dare alcun peso alle provocazioni della Carlona. Ma c’era quella cosa che aveva detto, quel “Ne sei proprio sicura…?” , che continuava a ronzarmi nella testa.
Già. Ero davvero sicura che il mondo dei miei genitori fosse al corrente del fatto che io e la bionda eravamo una coppia?
Ho cercato di ricordare i vari eventi sociali vissuti insieme da dopo il mio coming out e, in effetti, devo ammettere che erano stati proprio pochini. Vivendo poi così lontani, anche le occasioni di condivisione si erano per forza di cose diradate. Però… Però io non avevo mai fatto mistero con nessuno che vivevo con la bionda. Possibile che fossero tutti quanti così riservati da non aver mai chiesto nulla, non dico tanto a me visto che non mi vedevano mai, ma almeno ai miei genitori?

“Non ne hanno la più pallida idea, fidati”.

La voce che sentite è quella di mio fratello, prontamente consultato al telefono, per chiarire la questione.

“Ma come diamine è possibile?”

“Sai come sono fatti mamma e papà, no? Sono persone riservate. Hanno pensato che se non lo dicevi tu, perché avrebbero dovuto dirlo loro?”

“Mi stai dicendo che non lo sa nessuno? Nemmeno zia Teresa?”

“Mah, magari zia Teresa ci avrà pure pensato. E forse anche qualcun altro. Ma visto che nessuno ha mai detto nulla, la faccenda sarà già caduta nel dimenticatoio”.

E qui ho definitivamente capito che i coming out sono come gli esami. Non finiscono mai.
Per cui, d’ accordo con il mio pragmatico fratello, ho stabilito la seguente cosa: l’indomani io sarei andata dai miei genitori a fare il mio nanesco annuncio. Contestualmente avrei loro comunicato che mi sarei occupata personalmente, allo scoccare del terzo mese di gravidanza, di mettere al corrente i vari zii, cugini, amici, conoscenti e vicini di casa.
Devo ammettere però che tutta questa situazione di non detto, mi stava cominciando a creare un certo disagio. Perché va bene la riservatezza, il quieto vivere e la privacy. Ma se invece i miei genitori non avessero detto nulla a nessuno semplicemente perché mi consideravano fonte di imbarazzo e di disagio? Era anche vero, però, che da quando avevano conosciuto la bionda si erano sempre dimostrati affettuosi e premurosi nei suoi confronti.
E comunque non era giusto girarla tutta sui miei genitori. Per quanto mi desse fastidio ammetterlo, anche io avevo ciecamente seguito la sordida tattica del “don’t ask, don’t tell” con parenti e affini.
Sì, è vero che erano tutte persone che vedevo meno di una volta all’anno. Però l’avevo fatto. Avevo mantenuto il riserbo. E avevo interamente delegato ai miei la gestione della faccenda.
Delega che evidentemente né mio padre né mia madre avevano colto.

A questo punto mancava soltanto una cosa per chiudere in mestizia la giornata. Ovvero che mi chiamasse Lorenzo. D’altronde era ormai evidente che avevo sottovalutato il tutto, per cui mi aspettavo che il mio prode amico si facesse vivo per comunicarmi, con il suo proverbiale savoir faire, a quali tregende sarei andata incontro il giorno dopo, quando avrei chiesto per la quarta volta ai miei genitori di mettersi a sedere.
Ma, inaspettatamente, quel giorno Lorenzo non ha chiamato.
E nemmeno la mattina dopo.
Così, prima di partire, ho deciso di chiamarlo io. Giusto per non farmi cogliere impreparata all’incontro con i miei genitori.

“Cosa vuol dire che sei incinta?!”

Effettivamente, mi è sovvenuto in quel momento che mi ero completamente dimenticata di dire a Lorenzo non solo della gravidanza, ma anche che dopo la sua telefonata in quel di Caserta, io e la bionda avevamo iniziato il nostro viaggio alla ricerca del nano. In poche parole, Lorenzo non sapeva praticamente nulla di tutto quello che vi ho raccontato finora in questo blog.
L’ho così dovuto ragguagliare sulla sequela di eventi che si erano succeduti dopo la nostra ultima telefonata, impiegando molto più tempo del previsto, perché continuamente interrotta dai suoi insulti per averlo tenuto all’oscuro di tutto.
E, alla fine del mio lungo e travagliato racconto, volete sapere come se n’è uscito?

“Oh, comunque aspetto un figlio anch’io!”.

Sì, avete capito bene. Trentadue minuti di insulti per scoprire che era incinto anche lui.
Alla fine Miss Sei Giorni era durata molto di più e adesso aspettavano una bambina. Che si sarebbe chiamata Lisa. O Lara. O Laura. O Leyla. O Lucilla. Insomma, un nome con la elle. E non una elle a caso, ma la elle di Lorenzo…
Chiarite le rispettive dolci attese, ho edotto il quasi papà sulla questione del giorno, ovvero l’annunciazione genitoriale. Mi aspettavo una delle solite uscite alla Lorenzo, uno dei suoi proverbiali consigli da sempre in precarissimo equilibrio tra la demenza e il genio.
E invece niente.
Il mio amico, con l’imminente paternità, si era completamente rincoglionito.

“Sarà bellissimo, vedrai! Sarà davvero un momento magico! Loro saranno il ritratto della felicità e poi vi abbraccerete e vi commuoverete tutti insieme. Andranno pazzi per questo nipotino così inaspettato!”

“Ecco, per l’appunto… Non trovi che forse possa essere un po’ troppo inaspettato? E poi anche il fatto che bisognerà dirlo a zia Teresa…e poi a tutti gli altri…”

“Ma sarà bellissimo anche per loro, vedrai! Sarà davvero un momento magico! Zia Teresa sarà il ritratto della felicità e poi vi abbraccerete e vi commuoverete tutti insieme…”

Che vi dicevo? Ormai Lorenzo non era più minimamente attendibile.
E adesso era davvero tardi.
Avevo un treno che mi aspettava (la bionda mi aveva vietato categoricamente far viaggiare il nostro creaturo sulla vetusta Fiesta), dei genitori che mi aspettavano (“Allora Giulia, quando arrivi, per pranzo troverai una bella tartare, che ti piace tanto…” “Ehm, mamma preferirei non mangiare carne cruda..” “Ah, e allora ho del culatello eccezionale!” “Ecco…nemmeno gli affettati…” “Un bello spaghetto con le vongole?” “Veramente neanche i frutti di mare, mi dispiace…” “Dì un po’, non sarai mica diventata vegana?”. Devo aggiungervi altro? No, vero?) e, soprattutto, una bionda che aspettava che tornassi.
Eh sì, perché alla fine la bionda aveva deciso che la cosa migliore era che io andassi in solitaria a sondare il terreno. In fondo erano i miei genitori, no? Chi meglio di me li conosceva e poteva gestire nel modo giusto la situazione.
Già.
Chi meglio di me?
Per come sarebbe iniziato l’incontro con i miei, avrei potuto tranquillamente rispondervi: chiunque.

Bene. Io e i miei genitori abbiamo appena finito di mangiare. Alla fine mia madre ha ripiegato su un riso alla zucca, ormai convinta che sia davvero diventata vegana. Questo è il momento giusto. Stavolta non dovrò nemmeno chiedergli di sedersi, visto che lo sono già. Devo solo andare a prendere nello zaino il referto con annessa ecografia e fare il mio annuncio.

“Scusatemi un attimo, prendo una cosa e torno… Mi raccomando restate lì e non alzatevi, che stavolta devo darvi davvero una notizia bomba”.

Quanto avrò impiegato a prendere quel referto? Stiamo larghi, facciamo tre minuti, ma solo perché non era nello zaino bensì nel trolley che stava in camera. Vabbè, facciamo pure quattro, calcolando anche il minuto di training autogeno fatto prima di tornare in sala.
Comunque quando mi sono riaffacciata, stringendo tra le mani il prezioso referto, loro erano spariti. Smaterializzati. Volatilizzati.

Li ho aspettati per due ore.
Due ore lunghissime durante le quali sono stata attraversata da un nefasto pensiero: loro già sanno. Restava da capire chi gliel’avesse detto. La Carlona? O mio fratello? O forse Lorenzo, per vendicarsi della storia del barbone. Ma tutti e tre, prontamente contattati al telefono, hanno negato con decisione.
Ma allora perché fuggire così? E perché tenere addirittura i cellulari staccati?
Quando stavo ormai cominciando a preoccuparmi sul serio, sono rientrati.

Li ho accolti sulla soglia, pronta ad ascoltare le loro spiegazioni sull’accaduto.
Ma loro avevano ben altro da dirmi.

“Giulia, puoi sederti per favore? Io e tua madre dirti una cosa importante”.

“Sì, però veramente ero io che…”

“Per cortesia, Giulia, siediti e facci parlare”.

“Va bene, mamma, va bene… Però vi avviso che mi state facendo un po’ paura, eh?”

“Allora, io e tuo padre ne abbiamo discusso e siamo arrivati a una conclusione”.

“E sarebbe?”

“Sarebbe che non vogliamo sentire cosa hai da dirci. Non vogliamo sapere niente della tua notizia bomba. Ecco, vorremmo che te la tenessi per te”.

“E se fosse una cosa bella? Anzi, bellissima?”

“Il fatto è che il tuo concetto di bella notizia è quantomeno arbitrario. E noi non siamo più tanto giovani. Papà ha la pressione alta e io tra due giorni ho la visita dal cardiologo per l’aritmia…”

“…capisci che non possiamo proprio permetterci una delle tue sparate decennali”

“Non è che dobbiamo proprio condividere tutto, no? Ormai hai la tua vita…”

“…sei adulta, sei autonoma, sei…”

“…incinta…”

“Appunto. Per cui…”

Fermi tutti! Eccolo qua.
Questo è il preciso istante in cui i miei genitori hanno capito cosa avevo appena detto.
I segnali c’erano tutti: paresi istantanea, occhi sbarrati e bocche spalancate.
Poi mia madre ha parlato, scandendo le parole come se avesse davanti una turista polacca.

“Potresti ripetere?”

“Ho detto che sono incinta.”

E qui è intervenuto mio padre.

“Ma cos’è, uno scherzo?”

“Scusa papà, ma quale idiota farebbe uno scherzo del genere?”

“Rispondi a tuo padre, tesoro: è uno scherzo?”

Vi ricordate di quell’effetto sorpresa straordinario di cui vi avevo parlato? Quello del quale solo le persone omosessuali possono godere nell’annunciare ai propri genitori che aspettano un figlio?
Ecco, sappiate che non intendevo affatto questo.
Nel mio caso, era ormai evidente che la sorpresa fosse stata superata ad ampie falcate da una micidiale accoppiata d’incredulità e scetticismo.
Era dunque arrivato il momento di tirare fuori le prove. Ossia la cartellina cartonata che per tutto il tempo avevo continuato a tenere nascosta dietro la schiena. Quella con il referto e la foto del piccolo nano.
Senza dire nulla, l’ho porta ai miei.
I miei genitori si sono scambiati un’occhiata interrogativa e l’hanno aperta.
E poi…

Poi, incredibile ma vero, è successo esattamente quello che aveva predetto Lorenzo.
Parola per parola.
È stato davvero bellissimo.
È stato davvero un momento magico.
Loro erano davvero il ritratto della felicità e ci siamo abbracciati e commossi tutti insieme.
E sì, erano già pazzi per questo minuscolo nipotino, tanto inaspettato.

E poi gli ho raccontato tutto. Di Copenaghen, di Barbie, della Guru, di Erik il marpione, e di Remedios, della doctora Lopez, di Chiocciolina66, del meccanico Bruno, della Carlona…Fino ad arrivare all’apertura di quella busta che conteneva un mondo.
E quel mondo era anche questo. Io e i miei genitori seduti a parlare per ore, fuori dal tempo e dallo spazio, come non era mai avvenuto.

Prima di ritornare dalla mia ansiosa bionda, li ho rassicurati sulla questione “comunicazione evento”.
Non dovevano preoccuparsi di nulla, avrei chiamato io tutti quanti, inclusa zia Teresa, e li avrei messi al corrente delle strabilianti novità. E se qualcuno non fosse stato d’accordo o avesse posto obiezioni, amen. Ce ne saremmo fatti una ragione e saremmo andati avanti, giusto?
I miei non hanno ribattuto, ma mi è sembrato di scorgere una nota di perplessità sui loro volti. Ma forse erano soltanto gli ormoni della gravidanza che mi rendevano più sensibile alla paranoia persecutoria.

Adesso posso con certezza dirvi che sì, erano gli ormoni.
Perché quando due giorni dopo sono ripartita, i miei genitori hanno fatto qualcosa di veramente straordinario.
Qualcosa che ancora oggi mi riempie il cuore di gioia e di orgoglio.
Hanno aperto la rubrica del telefono e, numero per numero, hanno chiamato tutti.
Zii e cugini di ogni ordine e grado, amici e conoscenti.
Tutti quanti, persino la signora della pasta all’uovo. Signora che, per inciso, io non avevo mai visto in vita mia.
E a tutti, hanno raccontato una bellissima storia d’amore e di speranza, iniziata tanti anni prima su un’isola piena di sole e di mare.
E a me, hanno regalato una bellissima storia, anche questa piena d’amore e di speranza. Perché da quel giorno, grazie alle loro telefonate, ho cominciato a ritrovare tantissime persone che avevo perso lungo la strada. Parenti che non vedevo da decenni, amici dei miei genitori che mi avevano visto nascere e sì, anche la signora della pasta all’uovo, che peraltro si è rivelata essere un’insospettabile combattente per i diritti civili.
Così ho scoperto che, senza saperlo, io e la bionda avevamo intorno un altro mondo, oltre a quello dei nostri amici, altrettanto amorevole e accogliente.
Un altro sorprendente mondo saltato fuori dalla busta del piccolo nano.

E guardando la bionda che chiacchierava amabilmente al telefono con la mia cattolicissima zia Teresa, disquisendo di fecondazione eterologa e matrimoni gay, ho pensato a quanti altri mondi ci stavano ancora aspettando.
Perché quell’affascinante e imprevedibile viaggio chiamato gravidanza, era appena cominciato…

Cari mamma e papà, prima di salutarci mi sembrava doveroso farvi sapere che nelle scorse puntate siete andati alla grandissima: avete collezionato un sacco di fans, nonché svariati inviti a pranzo e, pensate un po’, pure una partecipazione a un matrimonio. Gay, ovviamente.
Ho pensato a lungo a come chiudere questo ultimo capitolo dedicato alle nostre prime quattro volte. Ma poi, alla fine, ho capito che non c’era proprio nulla da chiudere. Perché la nostra è una storia che sta continuando a scriversi, giorno dopo giorno. E, chissà, magari c’è già una quinta volta che ci aspetta dietro l’angolo…(paura, eh?)
Però almeno una cosa ci tenevo a dirvela: per tutto quello che è stato e per tutto quello che verrà, grazie. Grazie di cuore.
Vostra figlia
Giulia